Scritti su Camillo de Lellis
di Germana Sommaruga
Camillo de Lellis, segno di speranza marzo 1982
Schegge di un'anima Rivista "Amare"
Un "Vu' cumpra'" di quattro secoli fa: San Camillo de Lellis

“Camillo de Lellis, segno di speranza„

Solamente se lo vediamo inserito nella storia del suo tempo, possiamo cogliere la vera fisionomia d'un uomo. D'un uomo qualunque che non ha forse apportato nulla alla storia. Ma ancor più se si tratta d'un santo e di un santo fondatore, d'un riformatore che resta vivo nel tempo. Un santo come Camillo de Lellis!
Egli visse tra due secoli: tra il 1550 e il 1614. Giorni duri per l'Italia. Guerre e distruzioni, epidemie e carestie, malattie d'ogni genere, spesso provenienti dal di là delle Alpi. Una situazione disperata nelle campagne, nelle città, perfino in Roma, dove, accanto alle opere principesche rese immortali dai grandi artisti italiani, sorgevano baracche miserabili. La gente aveva fame e dalla periferia si rifugiava in città. Ma qui perfino gli ospedali, magnifici negli edifici, erano regno di miseria.
La chiesa, poi, era da molti decenni dilaniata dalla riforma di Lutero.
Francesi e Spagnoli si contendevano la penisola italiana. Turchi e pirati ne minacciavano le coste. Venezia, Spagna, i Pontefici assoldavano mercenari. Dappertutto disperazione.
In questo secolo XVI nasce Camillo de Lellis. Un nobile decaduto, soldato di ventura, in vista d'un qualsiasi guadagno da giocarsi poi alle carte. Ma un uomo intelligente e degno, aperto a tutte le realtà, sensibile a tutti i valori, anche a quelli che la fede, appunto in questo tempo, va suscitando. Per limitarci ai "santi della carità", ecco San Gaetano Thiene, Gerolamo Miani, Giovanni di Dio, Vincenzo de Paoli....
Camillo de Lellis, intaccato a una gamba da una piaga purulenta, è condotto dalle circostanze in uno dei più importanti ospedali di Roma, S. Giacomo degl'Incurabili: l'ospedale certo più adatto, ma, all'interno, covo di insetti, nido di disperazione da parte dei ricoverati, che sono centinaia.
Camillo vi sarà accolto tre volte nel giro di pochi anni. La prima volta, è ricoverato come infermo per la piaga alla gamba, ed assunto poi come inserviente. Ma si fa cacciar via perché ossessionato dal gioco. L'ambiente l'ha travolto.
Ma quando la Grazia l'afferra e Camillo, convertito, torna in San Giacomo, c'è stata ormai una frattura nella sua vita: Camillo è stato accolto nel convento dei Cappuccini. Ha venticinque anni. Nell'ospedale è ora dolorosamente coinvolto ma non più travolto dall'ambiente miserabile. Guarisce. Torna in convento. Ricade infermo ed è licenziato per sempre dai frati. Si ritrova ricoverato in San Giacomo. Nulla è cambiato e Camillo ne è sconvolto, tanto più che i dirigenti l'incaricano dell'amministrazione dell'ospedale ed egli ha modo di avvicinare tutti: malati, inservienti, infermieri, capi, e di sentire nel proprio profondo le realtà più esasperanti ed esasperate.
Camillo coglie ora ogni sofferenza che avvicina: il più delle volte è disperazione. La disperazione di chi, in un cesto in groppa a un mulo, si presenta ogni giorno per essere ricoverato; di quanti vengono rinviati per mancanza di posto; di coloro che, più gravi, vengono gettati su un pagliericcio sudicio d'una corsia. E la disperazione dei terminali ancora coscienti che agonizzano nell'obitorio tra i morti. Anche gl'inservienti sono dei disperati che dalle galere sono stati catapultati nell'ospedale per scontarvi la condanna nel servizio ai malti e su di loro sfogano spesso la propria rabbia.
Camillo è diventato ormai un uomo di preghiera e, come tale, vede le realtà, gli uomini, la storia alla luce dello Spirito. Bisogna darsi da fare. Ma no, da solo non riuscirà a trasformare l'ospedale, a dare un senso alla sofferenza e all'assistenza, a testimoniare il Cristo Crocifisso e donare ai tanti disperati dell'ospedale la speranza che dal Risorto è offerta agli uomini, soprattutto ai sofferenti. Solo Lui, il Cristo, dà un significato all'infermità, all'angoscia, alla morte: solo da lui viene la carità. E quando Camillo, nella sua creatività, suscita attorno a sè una minuscola compagnia di "servi degl'infermi" (così li chiama), scelti tra gl'inservienti migliori dell'ospedale - uno solo è sacerdote e Camillo stesso raggiunge il sacerdozio, la misericordia, la tenerezza materna, la fiducia, la speranza saranno i più grandi valori ch'egli comunicherà ai suoi compagni, che tenterà di insegnare agli altri inservienti e infermieri e medici dell'ospedale, ma saranno soprattutto la fonte dei suoi atteggiamenti e delle sue parole. Il Crocifisso gli darà del pusillanime, ma gli confermerà che l'opera è di provenienza divina!
Così si confermano e rafforzano in Camillo la misericordia e insieme la speranza. La sofferenza dell'infermo è patimento dell'intera persona umana divenuta "pupilla e cuore di Dio", "signore e padrone" dei "servi degl'infermi", che cesseranno d'essere una minuscola compagnia ma saranno l'ordine religioso dei "ministri degl'infermi".
La fede conduce Camillo ancor oltre e, coerente, egli trasforma la propria vita e quella dei suoi religiosi. Se il malato è uno dei minimi fratelli di Cristo, se anzi è lo stesso Crocifisso, come tale dovrà essere accolto in ospedale, dovrà essere immerso in un bagno tepido e profumato, portato delicatamente in corsia, non più su un pagliericcio sudicio ma su un materasso con cuscini e lenzuola pulite. D'inverno saranno a disposizione dei malati alcuni berrettini di tela grossa; il guardaroba del reparto sarà rifornito di camicie, di vestaglie. Basta col cibo avariato! Nella credenza, in corsia, ci sarà frutta fresca, ci saranno uova. Si seguiranno le direttive dei medici. Gl'infermieri e gli inservienti saranno attenti a ogni bisogno del malato. Camillo stesso si porterà appesa al collo una cassettina: bottigliette, bottigline, acqua fresca, acqua di cedro, una boccetta di vino per chi è languido e qualche fetta di pane abbrustolito ... Insegna a pulire la bocca ai malati, passa di notte di letto in letto per uccidere gli animaletti che continuano a riprodursi inesorabili, si ferma accanto a chi si lamenta, a chi è insonne, insegna a far lo stesso agl'infermieri di turno - come dicono le regole ch'egli inventa e fa stampare per "servire con perfezione gl'infermi" ... I terminali sono suoi. E quando scoppia una pestilenza in città? quando tutti fuggono? Camillo si fa innanzi, trascina con sè i religiosi suoi entusiasti ...
L'assistenza spirituale accompagna quella corporale. Con Camillo penetra in ogni ambiente un soffio di speranza!
Camillo lascerà l'ospedale di san Giacomo e percorrerà l'intera penisola per portare ovunque il suo messaggio di misericordia, di tenerezza materna, di speranza e la sua riforma dell'assistenza di malati. Non temerà nulla. Lui per primo è un uomo che soffre: zoppica per la gamba sempre impiagata, porta in silenzio altre molteplici infermità. La sua stessa persona è ormai presenza di carità e di speranza: è un segno per gli uomini del suo tempo ed anche per coloro che verranno. Uomini di speranza dovranno essere i suoi religiosi di ogni secolo, l'intera famiglia di coloro che, in forme e modi diversi, accoglieranno e realizzeranno il suo messaggio. Ha capito, Camillo, e va insegnando che cosa significa dolore, malattia, morte, vita; come si può elevare la sofferenza del corpo e dello spirito a una "dimensione soprannaturale" (così ha detto il papa Giovanni Paolo II ai lebbrosi di Marituba nel Brasile); occorre che il sofferente sia per ogni uomo che l'avvicina "una persona umana unica e irripetibile, figlio di Dio, da lui conosciuto e amato". Ma se Giovanni Paolo II ha parlato così nel 1980, Camillo ha intuito queste stesse verità sul finire del secolo XVI e agl'inizi del XVII!
Camillo non è stato un uomo colto. E' stato un santo di ieri e di oggi. E, sempre nella fedeltà alla Chiesa del suo tempo, ha offerto ai contemporanei e a noi una sua teologia fondata sul Cristo del Vangelo: "Venite a me, voi tutti che siete spossati ed oppressi e troverete ristoro ... Il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero" (Matteo 11, 28 ... 30). Santo della misericordia. Segno di speranza.

Germana

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“Schegge di un'anima„
E' una gustosa selezione di episodi caratteristici tratti dalla vita di un gigante che aveva un cuore di madre

C'era una volta .. già, è il modo più simpatico per cominciare una storia, una storia vera, viva, che dura ancora: la storia di un uomo più buono di noi che si chiamava Camillo de Lellis.
Un uomo più buono di noi. Più grande. Un gigante, alto più di due metri, dagli occhi un poco tristi perché vedevano troppe miserie, troppa povertà, troppo dolore. Un uomo la cui vita è intessuta di aneddoti semplici, e a cui possiamo guardare come a un amico. Già che di Camillo abbiamo bisogno anche noi, in pieno secolo XX.
Camillo era un uomo che non faceva tante storie che sapeva ciò che voleva e che voleva con la più sconcertante delle tenacie. Ma voleva il bene, e non gliene importava di nulla e di nessuno, pur di conseguire il bene che voleva.

Il pignattino e il Cardinale
Non ammetteva ostacoli. Li raggirava. Li scavalcava. Ve la ricordate la storia di un pignattino nascosto sotto il mantello?
Ma si, d'un certo suo pignattino che Camillo portava in gran gretta a uno dei suoi malati.
Ebbene, eccolo per strada a gran passi, con quelle sue gambacce lunghe lunghe che, benché piagate, erano sempre in moto e di corsa. Un povero l'attendeva: il pignattino conteneva non so qual medicina.
Ma un cardinale aveva scorto Camillo da lontano e gli si era fatto innanzi, quasi gli aveva sbarrato il cammino:
- Oh, Padre Camillo! E che notizie mi date dei vostri malati?
Camillo aveva già dato in fretta e furia una sbirciatina di qua e di là, per sgusciare via insalutato. Ma niente da fare: la stradetta era poco più d'un vicolo, in piena Roma del Cinquecento. Bisognava per forza essere cortesi col cardinale, bisognava rassegnarsi.
- Stanno meglio, Monsignore - rispose laconico Camillo. E fece per squagliarsela.
Ma il Cardinale non aveva fretta, e la conversazione con quel colosso che era Camillo era simpatica. L'altro era sulle spine: e il poverino che aspettava il rimedio?
Bisognava raggirare l'ostacolo, scavalcarlo.
- Monsignore - proruppe il Santo - guardate! - E sollevò il mantello - Guardate: è un rimedio per uno dei miei poveri. Devo andare. Devo! ...
Non lasciò neppure il tempo di un commiato. Un piccolo cenno del capo e Camillo era già lontano.
Già che non bisogna aver paura degli uomini, e tra gli uomini e Dio, la precedenza è di Dio, anche se Dio si è nascosto in un poveretto miserabile.
Ma non bisogna aver paura neanche dell'acqua, tanto più quando c'è da portare nel cuore della notte, un uovo a un malato in ospedale!

L'uovo sotto l'acquazzone
L'aveva ordinato il medico. E - cose che capitavano allora e che forse capitano anche ora - forse nessuno si sarebbe ricordato che un malato, sfinito dalla forte febbre, attendeva un uovo. Solo un uovo.
Era notte e diluviava. I religiosi dormivano ormai dopo tanta fatica del giorno. Camillo vegliava: passava in rassegna i suoi malati...Già, quello febbricitante, quell'altro sempre assopito, quell'altro ancora che sarebbe certamente morto all'indomani ... Ah, e quest'altro che deve prendere durante la notte un uovo? E se nessuno se ne ricorderà?
Camillo non ci pensò su due volte. Scese in portineria, indossò il mantello, uscì imbacuccato nella notte, sotto l'acquazzone: teneva nella grande mano, delicatamente per non romperlo, un uovo.
Lo portò, l'uovo, nella notte come si porta un tesoro. Poi l'alba lo vide già desto al servizio dei poveri.

Un cuore grande così
I poveri? Ah, se i poveri fossero come per lui la nostra dolcezza! Lo ricordiamo in mezzo ai poveri: re senza corona in mezzo ai suoi sudditi-figli, ora in ginocchio in mezzo a loro, benedicendo la scodella di minestra che la Provvidenza aveva offerto anche ai suoi figli affamati; ora brandendo il mestolo, e pescando nel fondo di un pignattone grande così:
- Tò, un poco ancora a te! Ah, ci sei anche tu? Allungami la scodella che ti ci verso ancora qualche po' di maccheroncelli! E tu perché non ti fai innanzi? Prendi, prendi!
- Padre - gli gridava uno - sono senza scarpe!
- E che ne hai fatte di quelle che ti ho date l'altro giorno?
- Sa, Padre, le ho ... le ho ...
Camillo sapeva che le scarpe erano state vendute. Ma a che pro andar oltre nell'inchiesta?
- Passa da me domani, te ne darò un altro paio!
- Padre, ho mio figlio malato!
- Verrò stasera e ti porterò qualche medicina.
- Padre, mi sono fatte un sette nei calzoni. ... Padre, mi manca la camicia .. Padre, mi è nato l'ottavo bambino... Padre, ancora un poco di zuppa che ho tanta fame.
Era il Padre di tutti. Il fratello di tutti. Un amico burbero e bonario, non sorrideva molto, ma per tutti aveva una parola e un mestolo di minestra. O anche una bella scodellona piena di maccheroncelli, o una porzione di carne abbondante. Come quel giorno che Camillo moltiplicò la carne e la minestra per quarantaquattro.

Quel giorno il cuoco andò sulle furie
Non che ce ne fosse tanto, in cucina, di ben di Dio! C'era, sì, qualcosa: era il pranzo dei suoi religiosi; un gruppetto di giovani, quasi ragazzi ancora, che servivano appassionatamente i poveri infermi in ospedale, ma che a sera cascavano di sonno e a mezzodì avevano tanta fame. Egli aveva detto al cuoco della comunità di nutrirli a sufficienza perché potessero meglio e più a lungo servire.
Dunque la minestra c'era, ed anche la carne. Ma c'erano anche quei benedetti figlioli (i poveri) da sfamare.
Quel giorno Camillo stava tornando a casa dopo una mattinata di lavoro in ospedale, quando vide due poveretti accoccolati vicino all'uscio del convento. Non fissero nulla, quei due, ma Camillo capì: andò in cucina ed elemosinò dal cuoco due piatti di minestra e una duplice porzione di carne.
Quando Camillo riaprì la porta per porgere ai due poveri il loro pranzo, non ce ne trovò due, ma addirittura quarantaquattro: non uno di più non uno di meno. Quarantaquattro, tutti quarantaquattro affamati.
Camillo tornò in cucina:
- Ho bisogno di altre quarantadue porzioni di minestra e di carne - disse senza tante storie.
- Ehhhh? qua.. ran..ta... due...?? Ma io ... ma io. Padre .. io non so dove andarle a prendere! Nella pentola ce n'è solo per i religiosi: in tegame anche, e con due porzioni di meno,... Dove li prendo, Padre, ancora quarantadue piatti di minestra e di carne?
- Dove? Ma nella pentola e nel tegame! Da qua, fratello, io ti porgo i piatti e tu me li riempi.
E cominciò a porgere ad una ad una le scodelle capaci. L'altro pescava nelle pignatte.
E pesca e pesca e pesca e pesca. Tutti i quarantaquattro poveri ebbero la loro buona scodella di minestra e la porzione di carne.
Poi Camillo rientrò in casa. In refettorio i religiosi giovani quel giorno, manco a farlo apposta, aveva una fame che non ci vedevano quasi.
In cucina il cuoco brontolava e si strappava i capelli:
- E che faccio adesso? Che faccio io con questa pentola vuota? Che faccio io? Fa svelto lui, Camillo, a dar da mangiare ai poveri.. Tutti così questi Santi! Ma se almeno avessero i piedi per terra ... Ma lui se ne va in estasi, ed io, povero cuoco, alle prese con la pignatta vuota, e con tanti giovanotti da sfamare...
Camillo forse non era in estasi: ma a braccia in croce era, si (gli capitava spesso) davanti al Crocefisso. Il cuoco se ne accorse perché, passando accanto alla camera di Camillo, ci diede una sbirciatina attraverso lo spiraglio della porta aperta.
- Tutti così questi Santi - continuò a brontolare il cuoco. E tornò in cucina. Scoperchiò il tema con gesto abituale e si accorse di certi boccone di carne che mandavano un odorino, un odorino .. Che? Il tegame ne era pieno, la carne era rosolata, quasi dorata .. La pentola poi, era ricolma di minestra: un bel brodo con certi occhi di olio d'oliva purissimo che copriva certi bei maccheroni ormai cotti ... Ne assaggiò uno. E per poco non svenne.

"Se non ubbidissi sarei una bestia!"
Naturalmente Camillo i miracoli li faceva per gli altri: per se l'avresti detto il più povero dei poveri: pezze sopra pezze, anche se pulitissime. Già che era un povero ordinato, un povero volontario, che preferiva spendere in sapone che in roba nuova. Nuova? Macché nuova! Aveva un certo giubbone e un certo mantello ch'eran tutti lisi, consumati per il grand'uso.
Un giorno il fratello guardarobiere andò da Camillo:
- Son venuto a sostituirvi il mantello perché è inservibile!
A Camillo parve, quasi un affronto.
- Inservibile? Ma può andare avanti ancora per qualche anno. Io sono vecchio: a un vecchio come me tutto sta bene!
- Ma dovete obbedire anche voi! - esclamò il fratello - quindi datemi il mantello, già che il Superiore vuole così!
Di fronte alla parola magica "obbedire", Camillo non ebbe esitazioni.
- Fatemelo anche di velluto, il mantello! - esclamò. Perché Camillo andava dicendo a tutti, e ne era convintissimo, che un religioso che non sa obbedire non è un religioso ma - diceva lui - è ... una bestia!
Per questo, quando un altro giorno non voleva a nessun costo mollare il vecchio giubbone rappezzato col filo bianco, il Superiore intervenne e comandò di rinunciare al vecchio giubbone e di accettarne uno nuovo. Allora il problema venne facilmente risolto: l'obbedienza aveva avuto il sopravvento, come sempre.

Mendicante per i poveri
Per gli altri, invece ... Forse non la sapete la storia dei quindici sarti per i poveri che andavano mezzi nudi per la città. Così Camillo a andò in giro a elemosinare tela, stoffa, bottoni: tutto il necessario per rivestire i poveri. Ma andò anche in cerca di qualche bravo sarto che tagliasse e cucisse i vestiti: mica un vestituccio striminzito, ma un capo di vestiario per benino, in ordine: giacché troppo spesso - anche ai suoi tempi - si dava ai poveri ciò che non serviva più, proprio gli avanzi: mentre Camillo per rispetto verso Nostro Signore nascosto nei più miseri, voleva che anch'essi andassero vestiti un poco in ordine.
Anche in ospedale non si accontentava che i malati giacessero nudi nei poveri letti: voleva che si dessero loro camicie di tela e berrettini e ciabatte perché stessero un po' più caldi nell'inverno e perché imparassero a rispettare il proprio corpo, come tempio del Signore.

Sapeva fare anche da paracqua
Certo, anche per la strada i malati erano molti: allora non c'erano - come adesso - tanti gerontocomi, tanti ospizi. Negli ospedali giungevano solamente i più gravi, ma gli altri spesso cadevano per via. Un giorno Camillo, che andava sempre in giro con un mantellone ampio (lui era più alto di due metri!), si vide nella necessità di fare da ... paracqua a tre malati incontrati per la via, mentre pioveva che Dio la mandava!
Così: un malato di qua. Poi un altro di là. Poi anche un terzo. Poi .. Non c'era più posto: e Camillo, ch'era con un altro religioso, invitò anche costui a fare altrettanto.
Giunsero all'ospedale con quei poverini nascosti sotto i mantelli fradici: ma i malati erano restati ben riparati e al caldino.
Anche con le bestie Camillo era buono. Era padrone del convento un certo gatto:

Il "gatto fondatore"
così soprannominato perché spadroneggiava da quando il convento era stato fondato: un bel gattone grasso, giocattolo vivo dei religiosi giovanissimi, amico fedele del bravo cuoco della comunità, che gli dava, o che si lasciava rubare più d'un bocconcino.
Come simpatizzava con gli uomini, così Camillo simpatizzava con le bestie: creature di Dio anche queste. E il gatto fondatore gli correva sempre incontro chiedendogli qualche rimasuglio di quel poco che Camillo mangiava.
Un certo giorno, però, entrando in cucina Camillo sentì che il gatto fondatore miagolava disperato. Gli si accostò e si accorse che dagli zampini gocciava il sangue, perché qualcuno gli aveva tagliato gli unghioni troppo profondamente.
Se Camillo avesse scoperto chi aveva fatto del male alla povera bestia indifesa, certamente il castigo sarebbe stato severo. Ma non seppe mai chi fosse stato il malvagio. Si accontentò di prendere il gatto fondatore tra le braccia e di curargli gli zampetti finché furono guariti.
Ma come ricordare tutti i fioretti di Camillo? Se ne contano a decine e decine, addirittura a centinaia: aneddoti semplici che conservano tutta la freschezza di allora, che ci fanno stupire o sorridere, gli aneddoti di un uomo più grande di noi, più buono di noi, che era più grande e più buono proprio perché amava più di noi: molti più di noi.

Germana

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Un "Vu' cumpra'" di quattro secoli fa: San Camillo de Lellis

"Vu' cumprà.."! E subito pensiamo a questo giovanotto allampanato, scuro di pelle, che si è gettato sulla spalla un tappeto, una pelle scamosciata, e tende verso te le mani offrendoti mille cianfrusaglie. Ti fermi, forse. O scuoti il capo e tiri diritto. Pochi passo ed ecco, per terra, un'esposizione di borsette, di occhiali, di ... di .... Di nuovo ti fermi: anche qui un ragazzo che viene dal di là del Mediterraneo ti rivolge la parola ... E tu tiri diritto: non hai davvero bisogno di quelle cose, a meno che ti attiri il fatto che siano a buon mercato. Le pagherai poco più d'un pezzo di pane. "Vu' cumprà?!.
Un tempo gli ambulanti portavano appesa al collo una loro cassettina. Anche quattro secoli fa un uomo andava in giro con una sua cassettina appesa. Non vendeva. Dava. E accompagnava ogni gesto con un ampio sguardo di misericordia. Passava di corsia in corsia e offriva di tutto. Perché c'era davvero di tutto nella cassettina: bottigliette di vetro o vasetti di maiolica, acqua rosata e acqua fresca per sciacquare le bocche, acqua di cedro, barattoli di unguento per addolcire il bruciore di qualche arrossamento della pelle. C'era pure, appeso, un orinale per le necessità più urgenti: tutto serve in una corsia d'ospedale.
L'ospedale era S. Giacomo degl'Incurabili o l'ospedale di Santo Spirito a Roma.

Lui, il "Vu' cumprà" di allora, un Santo: Camillo de Lellis. Un omone di quasi due metri, con due spalle larghe così, un po' zoppo per una piaga antica alla gamba. Indossava un camice bianco e portava dignitosamente la sua cassettina così povera e così ricca, ogni giorno, di nuovi barattoli e nuove bottigliette. Tutto nasceva dall'esperienza momento per momento. Rifletteva su ogni malato nuovo che veniva accolto nella corsia, nella crociera: su ogni bisogno nuovo. Abbastanza pesante, la cassettina. E abbastanza leggera, per potersela togliere di dosso quando era necessario aver le braccia libere per sostenere un infermo, per rifargli il letto, per ripulirlo.
Ma quando un giorno il Papa venne a visitare l'ospedale, Camillo non depose la cassettina e non tolse il camice. Si presentò così com'era, con tutti quei vasetti e tutte quelle boccette: ch'erano anch'essi un dono d'amore.
Già! fantasia e creatività d'un uomo che sapeva amare sul serio.
Camillo aveva subito dapprima la realtà dell'ospedale, infermo lui stesso per quella piagaccia. Poi, convertito a venticinque anni, aveva accettato quella realtà. Poi l'aveva abbracciata, sposata, fatta sua per sempre. Gli ospedali del XVI secolo erano quello che erano: molto belle l'edificio; molto miserabili le corsie. Miserabili i malati che vi erano portati a dorso di mulo o in un'ampia cesta, raggomitolati e febbricitanti. Che si confessassero e si comunicassero era condizione per essere accettato e smistato in una corsia, in balia degl'inservienti.
Bisognava riformare, bisognava farsi incontro in modo nuovo a quei poverini. Così Camillo sceglie per sè - e gli altri lo lasciano fare - l'accettazione. Inventa un'accoglienza nuova. Ecco un ampio catino d'acqua tiepida, dove laverà almeno i piedi dei poverini prima di accompagnarli in corsia. Poi non gli pare sufficiente. Ed ecco una vasca dove immerge i nuovi malati: acqua tiepida profumata con erbe odorose. Vi annegano le mille bestioline che ogni malato porta con sè, nei poveri stracci pieni di "pidocci" (così scriverà al religioso superiore a Milano, alla Ca' Granda). Poi una camicia pulita. Poi in un letto pulito che perfino le lenzuola ... Non è più un pagliericcio qualsiasi! è un letto, proprio un letto. Questa è una delle prepotenti riforme di Camillo: che tutto sia pulito, che sia odoroso. Che faccia respirare bene sia i malati sia chi li assiste.
La carità è fatta di piccole invenzioni. Perfino "si rallegrino gli ammalati con ramuscelli et altre cose simili" - nell'infermeria della casa religiosa della Maddalena in Roma-!
Un'altra invenzione molto molto concreta? Ecco: è un paio di ciabatte larghe così e lunghe così, felpate. Non gli servono per riposarsi - di ore sue, di riposo, non ne trova davvero molte!-. Quando la notte, dopo un breve sonno, scende in corsia per un nuovo giro tra i letti, indossa queste ciabattone. Non farà rumore. Si accosterà a ognuno con una grossa lanterna dalla luce tenue. Si renderà conto di tutto: di chi agonizza, di chi è grave, di chi è irrequieto e farnetica....
Poi, nuove piccole invenzioni: ne scrive ai suoi della Ca' Granda in Milano. Bisognerà procurarsi non solo nuove lenzuola ("lisola", egli scrive) e vestaglie e camicie: basterà chiederle quando uno lascia l'ospedale o muore ... Occorrerà provvedere zoccoletti perché i malati non vadano, con loro danno, ai servizi: "a quelli sporchi fetosi e fanghosi lochi" - così Camillo si esprime. Occorreranno le seggette piccole. Occorreranno anche dei "baritini di tela grossa", perché restare a capo scoperto è pericoloso, nelle ampie crociere non riscaldate d'un inverno milanese.
Inventerà, Camillo, una sorta di spazzolino da denti: una bacchetta in legno, con uno straccetto avvolto all'estremità. Servirà in particolare per "nettare le lingue" ai malati: è cosa che egli raccomanderà nelle varie "regole" per servire in modo vero - anzi, "con ogni perfettione" - i poveri infermi, i "poverelli", così egli dice e ripete.
Bisognerà preoccuparsi anche dei medicinali. Attenti a che siano comprati a tempo, siano conservati in luogo conveniente, siano controllati regolarmente perché non siano scaduti e si possano ricomprare. E che ogni medicina sia presentata al malato in modo "benissimo accomodata". Lo raccomanda anche nelle regole per l'infermeria dei religiosi.
Che si sia attenti alle malattie contagiose, e gli oggetti degl'infermi siano allora conservate in disparte, perché non ci sia pericolo per gli altri e neppure per gl'infermieri.
Ci chiediamo: siamo sul finire del secolo XVI e agl'inizi del XVII? O sono disposizioni d'oggi, compreso i carrelli più aggiornati che scivolano nei corridoi dei nostri ospedali? Come ha potuto, Camillo, inventare tutte queste grandi e piccole riforme?
Pensiamo, per esempio, ai convalescenziari dei nostri giorni. Camillo ne fa costruire uno in Roma, perché se oggi sei sfebbrato tu non sia dimesso domani e non ti trovi sbandato in una città sconosciuta o non torni immediatamente al tuo paesello, e non sia ovvia una ricaduta!
Scoppiano in Roma terribili epidemie di peste o febbri pestilenziali. I più poveri si rifugiano nelle grotte di tufo e qui muoiono privi d'assistenza. Camillo li raggiunge. Porta con sè delle barelle per trasportare i più gravi all'ospedale. - Inventerà un giorno anche una sorta di carretto-ambulanza, per i feriti, nella guerra scoppiata in Ungheria nel 1595, quando otto Ministri degl'Infermi accompagneranno le truppe del papa Clemente VIII, due secoli e mezzo prima delle vere ambulanze...-. "Rinventa" anche le balie per i bambini perché non succhino col latte la malattia: sono alcune caprette! E non esiterà a farsi aiutare dagli asinelli, per raggiungere le zone più periferiche e portare medicine e cibo.
La misericordia rende teneramente materno questo ex-soldataccio. Osserva. Riflette. Propone. Incoraggia altri. Li precede. Inventa sempre nuovi modi di raggiungere chi soffre. Fa. Lascia fare. Dà da fare. Fa fare. Non guarda in faccia nessuno: solo si rispecchia nel volto di chi soffre. E allora la carità mette in modo la creatività.
Camillo de Lellis resta, nel mondo della sanità, un riformatore. E, nelle riforme grandi e piccole, resta un gigante. Anche "Vu' cumprà" può essere un gigante.

Germana

Per informazioni:
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