Conferenze di Germana Sommaruga
Il malato, animatore straordinario delle vocazioni 1980 (Su "Rogate Ergo" n. 6)
Conversazione con le infermiere dell'ACOS 2 dicembre 1981

“Il malato, animatore straordinario delle vocazioni„

Tempo di malattia. Tempo strano. Tempo che, volere o no, passiamo tutti e che possiamo passare in modi del tutto diversi.
La malattia? In sé, un male. Dio, comunque, sa ricavare il bene anche dal male. Non ce ne dà una spiegazione. Il Vangelo non ci dice se la malattia venga dal peccato ("chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?" - "Né lui né i suoi genitori...", (Gv. 9,2), ma anche il contrario: "Non peccare più perché non ti capiti di peggio..." (Gv. 3, 14).
Comunque, Dio sa ricavare il bene anche dal male. Dipende da Lui e dipende anche dal malato, dalla sua risposta.
Può, il malato, rintanarsi nel suo guscio. Può rendere ancora più piccolo il suo piccolo mondo. Può renderlo irrespirabile. Può vivere per sé, anzi, per il suo "io". Può essere un infelice e rendersi sempre più infelice. Può accentrare su di sé l'attenzione altrui, come se lui fosse la perla dentro le valve della sua ostrica. Può assumere atteggiamento di vittima. Può piagnucolare su di sé, ed accettare che altri lo compatiscano, poverino! Può, in altre parole, essere un infelice.

Il malato è animatore nella misura in cui esercita la preghiera di offerta
E può, il malato, essere "uomo". Ossia essere uno capace d'assumere, come Cristo, la sofferenza. Può dare la vita, anche reagendo con tutte le sue potenze alla sofferenza, alla malattia, perfino alla morte. Uomo, dunque, capace di uscire dal proprio guscio e di continuare, malato, a vivere con e per gli altri. I problemi di prima possono continuare ad essere suoi. Suoi, i pensieri di prima. Sue anche le aspirazioni, le ansie, i desideri.
Anzi, proprio alla sosta forzata in un letto può allargare il suo mondo. Possono esservi nuovi orizzonti.
Non sarà forse molto facile che la preghiera si intensifichi. Spesso la malattia intralcia un dato tipo di preghiera: ma non può intralciare quella preghiera che ha come sinonimo l'offerta. Mi diceva prima di morire un amico, uomo di grande preghiera (Giancarlo Brasca): "Non so pregare: prego come una bestiolina!". Ed era estremamente sereno di questa propria incapacità, povertà, stanchezza, che non gli impediva l'offerta per mille cose e mille intenzioni: un'offerta che, credo, aveva un ben più grande valore della stessa preghiera che la malattia gli rendeva impossibile.
E i motivi dell'offerta, quanti, quanti possono essere! E perché no anche le vocazioni? Perché chi soffre non dovrebbe poter diventare un animatore vocazionale, sia pure straordinario?

Il tempo della malattia permette di intuire valori che prima sfuggivano
Ma... perché proprio animatore vocazionale? Penso che il tempo della malattia, quando essa è assunta umilmente e vista alla luce del crocifisso risorto, ossia alla luce pasquale, allarga gli orizzonti, non solo, ma permette di intuire valori che prima sfuggivano. Per esempio l'immenso valore della vocazione accolta dalle mani di Dio e portata poi in porto e vissuta fino in fondo.
La vocazione propria? E perché no? Ma anche la vocazione altrui: la chiamata particolare di Dio agli amici. Il rapporto d'amicizia, nel tempo della malattia, molto spesso cambia. C'è chi è fedele, fedelissimo, che viene, torna, si interessa, sempre delicato, in punta di piedi, triste quando l'amico è oppresso o grave, lieto per ogni minimo miglioramento, felice quando gli è concesso di avvicinarsi al letto... Ma anche allora parla sottovoce, delicatamente... Perché non si potrà avviare con lui un certo tipo di dialogo? Questa sensibilità non dice proprio niente al malato, anche convalescente? Forse, domani, l'amico saprà essere più di un amico, quando avrà trovato in Cristo il vero ed unico Amico. Abbiamo tanto bisogno di sacerdoti che siano sensibili all'amicizia con Cristo e all'amicizia con tutti gli uomini, in particolare con chi soffre (e chi mai, degli uomini, non soffre?!).
Il dialogo che a volte fa fatica ad avviarsi anche con l'amico più caro - certi argomenti che mettono a nudo l'anima tremano sul labbro prima di venir fuori... - e meno difficile quando l'amico è malato. Il malato ha sempre un suo fascino, nel momento stesso che, a volte, suscita una certa ritrosia e timore; ma quando l'amicizia è vera, è profonda, proprio il malato è colui a cui più facilmente si svela il proprio animo: è come se, in lui, ci fosse Qualcuno, il Cristo, Qualcuno che ascoltasse, che fosse disposto a capire. Un malato, lo si intuisce, comprende certe cose meglio di chi è sano, distratto da mille cose, dissipato dalla vita con tutte le sue realtà, i suoi problemi, i suoi interessi. Mica che siano cattivi, no davvero. Ma distraggono. Mentre la vocazione è qualcosa di così tenue, delicato, fragile, che se ne può parlare a volte solo a cuore a cuore. Ecco perché il malato, soprattutto quello che, nel tempo della malattia rimugina sui grossi valori della vita, sui perché, sui destini dell'uomo, può essere quello che più direttamente può entrare in dati argomenti e da cui si attende luce. Dio solo sa il segreto di certi colloqui tra un malato e un sano: e che vocazione stupenda n'è scaturita! Anche perché... è condita dalla sofferenza. Lui, l'amico, sa che c'è un'offerta di mezzo. Magari dice: "prega per me!", mentre il malato non saprà fare altro che offrire per lui. Ma offrire forse è da meno che pregare?
Poi ci si ripensa, si ritorna sul primo dialogo. Non sempre è la vocazione sacerdotale che scaturisce, e neppure quella religiosa o quella secolare; a volte può essere messa a fuoco la vocazione al matrimonio, ma visto in modo sacro, come Sacramento...

Il malato animatore vocazionale di se stesso
E il malato, in ascolto. In ascolto perché, se a volte la malattia viene a intaccare per sempre e a rendere impossibile una scelta vocazionale, a volte è, proprio per il malato, il tempo della riflessione e del ripensamento. Il tempo dell'ascolto.
Dio parla - Dio chiama - nel momento in cui l'uomo è meno distratto. Il malato può essere animatore vocazionale degli altri... e perché non di se stesso? La luce può farsi anche per lui. E anche allora può essere una luce... contagiosa: versata dal suo cuore nel cuore dell'amico o degli amici, ecco che più d'una vocazione può scaturirne. Ecco che il dialogo da un cuore a cuore può farsi più ampio: dialogo di amici, scambio di pensiero, di interessi spirituali, di aspirazioni, di tensione verso l'Uno, e verso i fratelli. Possono emergere immense meraviglie, da questi incontri nella carità attorno a un letto di malato o di convalescente: ideali diversi, comunione di pensieri, d'aspirazioni, di delusioni anche... Ma quando ci si vuole bene, ci si aiuta, si tende a crescere insieme, si cerca l'uno il bene dell'altro, uno e tutti, tutti e uno: insieme.
Perché no? Perché il malato dovrebbe sentirsi inutile e tagliato fuori? Non è forse questo un momento di "male" da cui Dio può ricavare il bene: un momento di grazia?
In fondo, la vocazione non viene dall'uomo. La vocazione è chiamata da Dio. E Dio può anche aver bisogno degli uomini, anche dei malati, per far sentire la sua voce a chi lui vuole.
E non sarà questo, per il malato, il modo migliore di amare la vita, di voler guarire, di sentirsi vibrare? Solo chi ama la vita può, spesso, uscire dalla stanchezza della malattia; può sentire vive in sé le energie nuove. E nulla è più "vita" che questo meraviglioso scaturire di vocazioni. Di vocazioni, sì, anche nella stanza d'un malato!
Certo. Anche del malato stesso.

Germana

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“Conversazione con le infermiere dell'ACOS„

Comincio con un'affermazione piuttosto sciocca: i soldi fanno comodo a tutti. Pare che non bastino mai...
In realtà, chi lavora ha diritto a guadagnarsi la vita. Ma, se riflettiamo un poco, ci avvediamo che, in fondo in fondo, se potessimo avere tutto ciò che desideriamo senza dover ricorrere al guadagno, frutto della fatica; se potesse avverarsi ciò che troviamo nella Bibbia, cioè quell'invito a venire e a mangiare e a bere senza pagare (Isaia 55,1), tutti saremmo d'accordo. E, se ci pensiamo sul serio, ci avvediamo che niente ci offende di più che sentirci dire: "In fondo, tu sei pagata per questo". Sei pagata! E ci offende in modo speciale quando la nostra professione è - come la vostra - una professione sostanzialmente d'amore: essere pagati per fare il bene!
Questo è, a mio parere, un segno di quel profondo desiderio di gratuità che ci portiamo dentro. Desiderio di fare il bene non in vista dei soldi che, in certe professioni, davvero non ricompensano il sacrificio: un servizio umano, profondamente umano, a degli uomini che soffrono, non è traducibile in soldi. E se essi ci vogliono per far fronte alle necessità della vita, tutta la sproporzione tra essi e il servizio o dono d'amore che compie l'infermiera anche oggi è una sproporzione enorme.
Questa è solo una premessa, e voi avete già capito che cosa intendo dire: come, cioè, voi, ricche di sensibilità e aperte alla carità, anche nell'esercizio della professione siete pronte a comprendere il significato di un servizio volontario, che non miri alla paga, e che, quasi, non miri neppure a una ricompensa da parte di Cristo, servito negl'infermi - come Lui stesso ci ricorda nel Vangelo -: già che l'amore è sempre una cosa volontaria, che non cerca una ricompensa proprio perché è volontaria e gratuita: un dono.
Voi ben sapete che di volontariato si parla in una legge recente molto importante: quella N° 833, del 23 dicembre 1978. Forse l'avete anche letta tutta. Io vorrei citare solamente alcune righe che trovo della massima importanza:
* le primissime righe dell'art. 1, là dove afferma che "la tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana": ossia l'importanza dell'umanizzazione dell'ospedale e d'ogni ente di cura, come pure l'importanza dei rapporti umani - nel rispetto per la dignità e la libertà dell'uomo -;
* le ultime righe di questo stesso articolo 1°, che parlano del volontariato come associazioni che "possono concorrere ai fini istituzionali del servizio sanitario nazionale nei modi e nelle forme stabiliti" dalla legge stessa 833;
* e, della massima importanza, l'articolo 45 che tratta appunto delle associazioni di volontariato, "le cui attività si fondano - a norma di statuto - su prestazioni volontarie e personali dei soci": prestazioni che concorrono alle attività sanitarie "mediante apposite convenzioni nell'ambito della programmazione e della legislazione sanitaria regionale".
Un aiuto, dunque, una collaborazione con il personale regolarmente assunto, collaborazione che può andare dalla presenza nella corsia all'ora della refezione dei malati, per poter imboccare i più gravi e impediti, all'aiuto prestato in qualunque necessità che non sia di stretta competenza del personale assunto ma che possa in qualche modo apportare una collaborazione discreta che diminuisca la fatica di un servizio molto spesso di corsia; alla presenza morale, psicologica, anche spirituale, all'ascolto, al dialogo, dato che il malato, come ognuno di noi, non è solo un corpo che soffre ma è una persona in stato di patimento. Così va intesa la legge 833 per quanto concerne il volontariato.
Sono state tante, voi ben sapete, le critiche mosse alla legge per quanto riguarda appunto il volontariato; e che si porta via il pane a personale retribuito... e che ci possono essere interferenze nel servizio... e che molti volontari rischiano d'essere degli incompetenti... Di queste critiche, alcune sono anche giuste: il rischio d'essere degl'incompetenti c'è (come, voi lo sapete, c'è anche nell'esercizio d'ogni professione con tanto di diploma o addirittura di laurea!); e c'è il rischio anche delle interferenze, se viene meno la collaborazione tra volontari e personale che sovrintende al servizio ai malati nell'ospedale o nella casa di riposo o nella clinica... Ed anche il rischio di abusi da parte delle amministrazioni se credessero di poter ricorrere al volontariato in sostituzione del personale retribuito - cosa proibita esplicitamente dalla legge -. I rischi in che cosa non ci sono? Ma proprio per questo esistono delle leggi da osservare, ed esistono anche delle associazioni, delle istituzioni che mirano a realizzare le leggi nel modo migliore, sottraendole all'arbitrio o agl'interessi o all'incompetenza.
D'altra parte, se riflettiamo un poco, ci avvediamo che il volontariato è anche un diritto d'ognuno di noi. Come reagiremmo noi se, di fronte al nostro desiderio e volontà di fare qualcosa che è, in sé, un bene, ci venisse proibito? Reagiremmo dicendo che siamo libere, noi, di fare tutto il bene che vogliamo, di farci incontro alla persona umana che soffre nel rispetto per la sua dignità in quell'ora particolarmente dolorosa; diremmo che i bisogni sono tanti, che se ognuno facesse ciò che può nel suo piccolo molte cose andrebbero meglio, molto male sarebbe alleviato, il servizio dei malati sarebbe meglio organizzato - per esempio in certe ore di punta, o di fronte a date carenze... - Diremmo che ci sono, oggi, tanti handicappati anche fuori degli ospedali, tanti anziani soli, tanti psichicamente fragili o disturbati che hanno bisogno di aiuto, di comprensione, di inserimento sociale, e che ognuno di noi ha il diritto e anche il dovere di fare tutto ciò che può per concorrere ad alleviare tanti patimenti, a rimuovere condizioni di disagio e di sofferenza.
E, la nostra, sarebbe una giusta indignazione, una presa di posizione in difesa del volontariato: perché il volontariato non è altro che un mettere molte energie al bene degli altri, in modo equilibrato, coordinato, gratuito.
È un'espressione di carità diversa da quella comunemente intesa come elemosina di denaro o di cose. Ma in realtà non è una novità, se pensiamo ai santi che, nei secoli, hanno posto tutte le loro migliori energie a servizio di sofferenti, anche a tempo pieno, non in vista d'una paga, ma nella gratuità del dono di sé. La storia ce l'insegna. La storia ci ricorda dei nomi, fin dai primissimi tempi del cristianesimo, fino ai tempi più vicini, anche ai giorni nostri. E non penso tanto al servizio missionario, attento a tutti i problemi spirituali ma anche sociali dei popoli in fase di sviluppo o ancora in condizioni di sottosviluppo; ma penso a uomini come San Camillo de Lellis, San Giovanni di Dio, San Vincenzo de' Paoli, un Cottolengo, un Don Orione, o a donne che non sto a nominare perché sono tante e tante e, nominando una, farei un torto alle altre (segno che noi donne, in modo particolare, siamo aperte alla gratuità del dono di noi stesse, anche a costo di sacrificio!).
Oggi, ben lo vediamo, c'è tutt'un'esperienza sanitaria che cerca il successo, la professionalità, il perfezionamento dei mezzi tecnici, della medicina, delle scoperte... - e non possiamo condannare tutto questo, che torna, o meglio dovrebbe tornare, a vantaggio dell'uomo che soffre -; ma noi sentiamo come questa vita sempre di corsa, quest'attenzione alla tecnologia più avanzata, ha distrutto in gran parte la preziosa relazione interpersonale, la possibilità dell'ascolto, del dialogo, del conforto, il rapporto tra il malato ch’è degente e il sano che lo assiste e cura e che spesso nell'urgenza dei suoi compiti non si avvede più neppure degli elementarissimi bisogni d'attenzione e d’ascolto da parte di chi soffre.
Voi lo sapete meglio di me: c'è forse tempo per "inventare" il modo di sostare accanto a un malato? Per intuirne il dramma? Per creare la parola di conforto che ridarebbe energie allo spirito ed anche al corpo, suscitando in lui la capacità di resistere al male, di combatterlo, di superarlo? Già che la sosta in ospedale o in clinica è una delle tappe più preziose nella vita d'un uomo: sia che la parentesi della malattia si chiuda con la guarigione, sia che si protragga nell'infermità divenuta cronica, sia che finisca con la morte. Ora, mentre la società nostra d'oggi va via via privilegiando l'efficienza e la produttività, noi sentiamo come è urgente ristabilire tra gli uomini altri rapporti che siano di fraternità e d'amore: i rapporti umani venuti meno, fondati in modo particolare sulla gratuità del dono, sulla disponibilità all'altro, sull'attenzione non al solo guadagno e alla sola efficienza, ma al bene e al conforto. Per costruire tra gli uomini la carità.
Quello che un tempo veniva affidato alla chiesa, cioè la beneficenza, o, in altre parole, il "fare il bene", negli ultimi anni si è creduto di poterlo affidare allo Stato. E, se ciò non sottrae alla Chiesa il suo diritto di diffondere tra gli uomini l'amore e di aprire gli uni agli altri in gratuità d'attenzione reciproca, non è certo un male che anche lo Stato sia preoccupato di affidare a persone idonee compiti d'assistenza volontaria nei più diversi campi: ai tossicodipendenti, in vista della prevenzione, del recupero, del reinserimento sociale - come troviamo nella legge 685 del 1975; oppure alla donna gravida o divenuta madre da poco - come dice la legge 194 del 1978; o anche agli handicappati, per la prevenzione degli handicaps e la tutela di chi è minorato, o agli anziani... La legge 833 poi, di cui ho già fatto cenno, parla proprio di valido contributo al servizio sanitario nazionale da parte di "associazioni" di volontariato: cioè di iniziativa non più solo individuale, ma in forma associata: forma senz'altro più valida per integrarsi con garanzia di continuità nelle varie strutture che operano nel campo pubblico e in quello privato, nei più diversi settori.
Naturalmente occorre che le singole associazioni siano riconosciute in vista del servizio sanitario nazionale: che appaia in quest'associazione un vero ruolo di coordinamento e rafforzamento dei rapporti e legami tra la comunità locale e il servizio sanitario, cosicché gli abitanti del territorio sentano più stretto il vincolo e il servizio.
Quello che a me pare particolarmente valido è che non esistano compiti prefissati per i volontari. C'è luogo, così, per l'attenzione alle reali necessità, per l'iniziativa, per la creatività, per il pluralismo, per il coraggio e la sperimentazione, sempre in vista d'un perfezionamento della riforma ed una vittoria sulla spersonalizzazione dei servizi: a vantaggio, in modo particolare, dei bambini, degli anziani, dei lavoratori malati. E noi ben sappiamo quanto bisogno ci sia di un'assistenza più completa, più attenta, più capace di inventiva e iniziativa.
Naturalmente, il volontariato non ha compiti sostitutivi della professione. Professionista e volontario lavorano nello stesso campo con funzioni diverse: specificamente tecnico-scientifiche (anche per la scarsità di tempo, dovuta al perfezionamento delle tecniche sempre nuove in aumento) le funzioni dei professionisti, quindi anche dei membri dell'ACOS, e funzioni di accostamento particolarmente umano quelle dei volontari, che possono fruire di maggiori possibilità di tempo e libertà d’azione. Il che non significa che i volontari abbiano il diritto di essere impreparati e d'ignorare tutti quei problemi che riguardano la persona umana, anima e corpo indissolubilmente uniti in vita, anche nel tempo della malattia o dell'età anziana o dell'handicap; e non significa che i professionisti possono essere dispensati dalla conoscenza, e anche dalla messa in opera di una sensibilità umana, della solidarietà con i degenti (quando si tratta d'assistenza in enti specializzati) o coi sofferenti in genere (quando si tratta di accostamento professionale domiciliare).
Come per i professionisti è indispensabile una preparazione tecnico-scientifica, così per i volontari si rende indispensabile una preparazione proporzionata, che le associazioni sono tenute a impartire per poter dichiarare idonei al compito del volontariato.
E, come per i professionisti, anche per i volontari sono necessarie doti di fondo: da un'apertura umana e sociale alla capacità d'attenzione ai singoli bisogni, all'intuizione di date necessità, alla collaborazione con gli altri volontari ed anche - nella discrezione - coi professionisti, nel rispetto per i compiti d'ognuno che non devono essere intralciati da uno zelo forse intemperante e indiscreto, da una parola di critica o di malevolo commento. Tutti devono mirare al bene di chi ha bisogno dell'azione sia del professionista sia del volontario.
Il rispetto reciproco deve caratterizzare, quindi, questa collaborazione: rispetto che nasce dalla stima sincera per la missione propria e altrui, dall'intenzione retta sia del professionista che, nel suo lavoro anche giustamente retribuito, deve restare aperto a una sua gratuità, pura da esclusivismi ed egoismi; sia del volontario, che nel servizio di volontariato deve restare immune dalla ricerca di un egoistico compiacimento per il servizio reso, o della riconoscenza da parte dell'assistito, o dell'apatia nell'esercizio del proprio compito, o dalla discontinuità per l'assenza di una "paga" che contrasterebbe ovviamente col senso profondo del suo volontariato.
Sono solamente scarse nozioni, queste che ho dette. Non scendo ai contenuti dei corsi di volontariato. Ma dico che può essere prezioso per gli operatori sanitari dell'ACOS conoscere l'esistenza del volontariato civile in Italia, sia per accogliere i volontari e coordinare con loro una collaborazione nel servizio ai malati sia per rendersi a loro volta disponibili, entro i limiti concessi dalla professione, per un servizio di volontariato in campi in cui mettere a disposizione la propria competenza. A tutti si renderanno indispensabili la conoscenza e l'aggiornamento dei problemi e dei bisogni del proprio territorio in cui sono chiamati a operare; tutti avranno bisogno d'un'apertura profondamente umana alla vita, alla sofferenza, alla malattia, al dolore e alla morte; ognuno dovrà essere consapevole della propria identità, dei compiti che gli sono affidati nella società, dei propri ruoli. E ognuno dovrà alimentare il senso del dovere e, in particolare, la disponibilità a chi soffre, alla persona umana, con tutti i suoi problemi e i suoi drammi, la sua fame d'assistenza intelligente e d'attenzione fraterna e cristiana.
Esistono oggi in Italia diverse associazioni di volontariato. Io ne conosco in modo particolare una, l’AVULSS, che è associazione per il volontariato nelle unità locali dei servizi socio-sanitari. Ne conosco gli animatori. Ne conosco i corsi, molto completi. Ne conosco l'attività seria e consapevole. Credo infatti che serietà e consapevolezza siano caratteristiche indispensabili per qualunque associazione di volontariato. E non solamente di volontariato, nella vita! Ma anche d'ognuno di noi, d'ognuno dell'ACOS.

Germana

Per informazioni:
e-mail: aigermana@gmail.com