Conferenze alla Radio Vaticana di Germana Sommaruga
"Non fiori, ma opere di bene!" 25 ottobre 1977
"Esiste un decalogo d'amore?" 24 aprile 1978
"L'importanza del sapere ascoltare la sofferenza altrui" 3 aprile 1979
"Assumere la morte"
"Malattia e incontro con Dio"

“Non fiori, ma opere di bene!„

Un'espressione che mi ha sempre fatto pensare, nel leggere gli annunci di morte, è questa: "Non fiori ma opere di bene"! Ho creduto di comprendere il contrasto fra "fiori" che periscono e "opere" che restano, soprattutto se sono "opere di bene". Al punto che un giorno, a una giovane che mi presentava un programma di virtù irreali, di santità utopica del tutto lontana dalla semplice realtà in cui era chiamata a vivere, ho esclamato: "Benedetta! non fiori ma opere di bene!". Non ricordo quale sia stata allora l'eco delle mie parole nell'animo di quella ragazza - abbastanza intelligente, comunque, per comprendere al di là della mia esclamazione misteriosa e forse un tantino ... lugubre! -; ma so che oggi quella ragazza vive in un concretissimo servizio ai sofferenti, senza ghiribizzi, in un dono sereno di sé.
Non fiori: non qualcosa di fatuo, che vive lo spazio d'un mattino e sfiorisce in breve. Ma opere di bene: qualcosa che si costruisce sulla roccia così che né venti né terremoti né uragani possono scrollarlo! Opere. Non parole vane. E opere di bene: la cui sorgente sia appunto l'amore di cui parla Giovanni: in verità, coi fatti, nella concretezza. Perché l'amore è appunto questo: il resto non ne è che parodia, presa in giro, illusione.

Ora, non c'è niente di più concreto, di più vero e operante in verità, della preghiera. Soprattutto quando si prega insieme: con gli altri e per gli altri. Quando in mezzo a noi, riuniti nel suo nome, c'è Cristo. La preghiera non sono sempre e solo le mie dita che si intrecciano, ma sono sempre mani che si uniscono, che si elevano che, così alzate, si confondono. Tanto che non si riconoscono più le mani mie e le tue e le loro: sono le mani nostre, e dieci e mille e milioni, protese verso il Padre. E tra le mani nostre scopri anche quelle trafitte di Cristo. Perché è lo stesso amore che ci unisce e che si spinge, è in forza dello stesso amore che ci protendiamo verso l'Alto, in preghiera.

Ma, fra tutte, trovo stupenda la preghiera che chiama Dio col dolce nome di Padre e che, nel presentargli le realtà dei suoi figli, gli offre in modo particolare le realtà più dolorose e nascoste, quelle di chi annega nel patire soprattutto per opere d'altri uomini. E le sofferenze profonde. Le infermità più atroci. Le tenebre dello spirito di chi cerca disperatamente la Verità e la Verità pare gli sfugga. La lebbra dei corpi e la lebbra del cuore, ch'è la più satura d'angoscia. Le delusioni, la solitudine, la desolazione, l'incomprensione, le frustrazioni d'ogni tipo. Il dolore che non ha voce e non ha lagrime.

C'è tanta sofferenza da confortare e l'unico che può confortare è Cristo. Lui, la Speranza. Ma Lui vuole servirsi di noi. Dio, è stato scritto, ha bisogno degli uomini. Ne ha bisogno per fare crescere la vita, per diffondere la verità, per testimoniare la gioia, per alleviare il dolore. Dio vuole servirsi delle mie mani. Ma non mi vuole isolato, individuo, per mio conto. Vuole che "io" diventi "noi". Che camminiamo insieme. Che godiamo e soffriamo e speriamo insieme. Che facciamo comunità e comunione. Che reagiamo così all'individualismo emarginante ed egoista e diventiamo appunto quel "noi" che egli ci ha insegnato nel Padre nostro.

Comunione di preghiera. Comunità oranti. Sono nate dall'OARI, movimento di animazione pastorale, operante a livello nazionale con l'approvazione della Conferenza Episcopale italiana. Sono nate, le comunità oranti, proprio per arrivare, mediante l'onnipotenza della preghiera, a tutti coloro che soffrono e a quanti sono sensibili alla sofferenza, al regno grande del dolore. Comunità di stile diverso: chi si riunisce a momenti dati per pregare insieme, e chi, isolato, si associa in modo visibile ad altri oranti. Con il mondo che soffre e per il mondo che soffre.

E' una missione anche questa: vivere l'orazione in comunione tra fratelli e per i fratelli. In comunione, così da diventare mediatori di grazia per chi soffre, perché ognuno - sorretto dalla speranza di Cristo - trasformi il dolore in offerta, il male in forza nuova, lo sgomento in fiducia, la solitudine in comunione. Che si moltiplichino coloro che, sensibili al patimento altrui, votino la propria vita al suo conforto e al suo servizio: anche a costo di sacrificio. Anche se ciò significa consumare la vita, venderla per la causa dei fratelli sofferenti, realizzarci nell'oblio di sé e nella speranza.

Germana

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“Esiste un decalogo d'amore?„

A) Ho sentito che esiste un decalogo d'amore. Lo conosci, tu? O, se non lo conosci, sapresti inventarlo? Un decalogo, ecco, che mi insegni come devo agire nell'accostare chi soffre, in particolare chi è malato ...

B) Veramente, ne ho sentito parlare anch'io. Anzi, se ben ricordo, devo aver letto qualche cosa in francese su questo "decalogo". Anche se, forse, l'amore è così imprevedibile che non saprei racchiuderlo in dieci punti!
Se vuoi, tentiamo d'inventare un decalogo nostro!

A) Dovrà cominciare con un'affermazione come quella del decalogo vero. Cosa potremmo mettere al posto di "io sono il Signore Dio tuo"?

B) Penso che potremmo ricordare che Gesù ritiene fatto a sé ciò che avremo fatto al più piccolo dei suoi fratelli. Dopo, potremmo così cominciare: La visita a chi soffre, perché oppresso da infermità o da età anziana, è una visita d'amicizia che scaturisce da Dio, Amore primo. E' atto di fede. E' un andare a far visita a Cristo e in nome di Cristo.

A) Io, se soffrissi, non mi accontenterei della tua visita "per amore di Dio". Vorrei essere amato anche per me stesso ....

B) E' vero, è giusto. Non basta ch'io visiti il fratello sofferente per solo amore di Dio. Devo visitarlo anche per lui stesso: perché è un fratello, è un uomo che soffre, ha diritto al mio amore e per se stesso vuole essere amato. Andarci, quindi, dopo avere pregato: perché lo Spirito mi prepari a quest'incontro e prepari pure il fratello sofferente. Devo essere disponibile, ecco, disponibile ad amarlo: non a imbastire un bel discorsetto, non a trovare parole belle e sante, neppure a fargli del bene, ma innanzi tutto a fargli piacere con la mia visita. Ed è ancora un far piacere a Cristo!

A) Ma a me pare che il malato e l'anziano non siano sempre ugualmente disponibili a ricevermi! E allora?

B) Allora, devo imparare a scegliere l'ora che conviene a lui, non quella che fa più comodo a me. Devo stare attento che egli non sia stanco, che abbia voglia di parlare con me o almeno di ascoltarmi, o di stare in silenzio tutt'e due per un momentino.

A) E' vero: l'amore è un dono, che si offre ma non si impone ... E allora, annunciargli per tempo la mia visita?

B) Annunciargliela, sì, secondo le circostanze. Ma annunciargliela soltanto se sono poi sicuro di poterci andare, per non lasciarlo deluso. Un'attesa è sempre penosa per chi ha poche visite. Quindi non mettere subito le mani innanzi dichiarando che ho poco tempo, e soprattutto non essere in ritardo sull'ora che gli ho annunciato.

A) Se però gli porto un regalino, le cose andranno meglio, penso io ... Che te ne pare?

B) Io non sono del tutto d'accordo. Io penso che il malato deve imparare a desiderare la mia visita per la gioia che gli dono e non solo per il regalino o la sorpresina che si aspetta come un diritto. Quindi nel caso d'un dono, portargli quello che gli può fare davvero piacere: un libro (ma non fa fatica a leggere? e che cosa ama leggere?), della frutta (ma può mangiarla?), un fiore (ma, attenzione, che non sia profumato e non gl'invada di profumo la stanza ...).

A) A me capita a volte di accorgermi che il malato è stanco di ascoltarmi ... E mi chiedo allora: come devo comportarmi?

B) Hai provato ad ascoltarlo più che a parlare? Ascoltarlo anche se ti tira fuori, magari, delle lamentele, la tiritera dei suoi mali, delle sue pene. Ma egli non ci chiede che gli parliamo noi delle pene nostre. Egli ha da confidarci se stesso e deve rendersi conto che tutto ciò che ci dice c'interessa. Anche ciò che non ci sentiremmo di condividere. Ma discussioni, no, mai! neanche di politica, neanche di squadre di calcio! Ciò che gli sta a cuore, ma senza scendere a discutere.

A) Quindi niente visite se sono di cattivo umore!

B) Certamente. Devo fare in modo che possa esprimere con parole semplici ciò che gli sta a cuore. Se poi, vecchietto, mi ripetesse sempre le stesse cose, devo ascoltarlo la decima volta come la prima! E poi, tentare di aprire il suo piccolo mondo ad altri interessi: magari a quelli della famiglia, della parrocchia, degli amici, dei colleghi, perfino della Chiesa intera, s'è possibile!

A) Ma l'argomento spirituale?

B) Non sempre si può affrontare subito, e a volte non si può affrontarlo se non difficilmente, e sempre nel più grande rispetto per la libertà della coscienza. Cristo si offre, ma Cristo non si impone. Ricordo un vecchio zio che morì bestemmiando, perché un bravo amico gli aveva messo sotto gli occhi il crocifisso e insisteva, e insisteva, che lo baciasse: mentre lui voleva passare qualche momento con la figlia, giunta allora da Parigi ... Fu una fonte di inutile tensione. Quanto sarebbe stata migliore una discrezione più grande, e magari che l'amico pregasse di più, fiducioso sull'amore di cui anche quel povero vecchio zio era oggetto da parte di Dio!

A) Io credo che ci siano anche altri atteggiamenti, vicino al malato. Non pensi per esempio, a quello che dev'essere il tono della voce?

B) Hai ragione: un tono abbastanza forte perché il malato - soprattutto s'è vecchio - ci senta; ma anche abbastanza tenue, per non frastornarlo. Ed anche, attenzione a rendergli tanti piccoli servizi: leggergli il giornale, scrivergli o imbucargli una lettera, fargli una commissione, svolgergli una pratica amministrativa, cucinargli un boccone ... E tante altre cose minuscole: come mettergli a posto un cuscino o una coperta, aprire la finestra in modo che l'aria circoli, ma evitando il sole gli dia fastidio ...
Questo decalogo, come vedi, richiede delicatezza e discrezione. Richiede finezza e la profonda certezza che siamo noi, noi, in realtà, che riceviamo. Ripeto: è un decalogo d'amore!

Germana

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“L'importanza del sapere ascoltare la sofferenza altrui„

A) Mi trovavo in treno, giorni fa. Eravamo in due: io, anziana e inferma, e dinanzi a me una donna ancora giovane, molto elegante, molto bella, anche se d'una bellezza un poco sfiorita.
Quelle lunghe ore in treno le avevo ben programmate: libri e carte, anche troppe. Ma il mio piano sarebbe andato in fumo: la signora di fronte aveva voglia di parlare. Ed io capii che a me spettava l'ascolto.

B) L'ascolto è davvero una delle cose più importanti nel nostro rapporto umano: ascoltare Dio e ascoltare gli uomini ... e soprattutto le donne!

A) Non so se questa precisazione sia la più esatta: credo che anche l'uomo abbia molto spesso - o sempre? - fame d'essere ascoltato. Tanto più quando si trova nella sofferenza. E chi non ha una sua sofferenza profonda, forse indicibile? una sofferenza che ha bisogno di chi l'intuisca e la sappia captare, anche se formulata a monosillabi o se espressa in silenzio? Io penso che il difficile non è aver qualcosa da comunicare a un altro, da versare in un cuore amico; ma il difficile è trovare chi sappia ascoltare senza tedio e con interesse.

B) E' vero: se talvolta c'è chi ascolta - e in treno si chiacchiera facilmente del più e del meno -, è più raro trovare chi ascolti senza curiosità, ma con un'attenzione vera, che nasca da simpatia e da amore. Certo ch'è difficile amore e simpatia nel primo che, in treno, ci sta ad ascoltare!

A) E' difficile se non si è abituati all'ascolto, all'attenzione agli altri. Ma quando essa è in programma, è diventata un'abitudine di fraternità, allora anche trovarci a due in treno può essere un invito al dialogo. E la mia signora non attese molto per avviare la conversazione. Ed io, senz'averne l'aria, riposi i miei libri e restai in ascolto. Non di molto passati i quarant'anni, sposa a un industriale ormai settantenne. La mamma di ottant'anni. Lei, uscita da poche settimane da un Istituto per la Cura dei Tumori con diagnosi di carcinoma, ma di nuovo inserita nel lavoro come dirigente: un lavoro ricco di soddisfazioni, intelligente, pieno di sorprese ...

B) Ma la spada di Damocle del carcinoma?!

A) No, non questo. Pareva sicura dell'abilità del chirurgo: "è arrivato in tempo, mi ha salvata, mi controlla ogni sei settimane.." Il dramma era un altro: "Mi è morto un figlio, l'unico. Un ragazzo di venti anni. Ed io sono disperata".
Una morte non recentissima, ma sempre presente. Il ragazzo continuava ad assorbire tutta la sua tenerezza di mamma, la sua sensibilità di donna. Tutt'il resto era ormai secondario: la madre, il marito, la vita, la villa al mare, l'appartamento magnifico, lo yacht.

B) Non è poco la morte d'un figlio, anzi d'un figlio unico. C'è di che essere disperata, se una mamma non ha orizzonti più alti, di fede!

A) Il dramma continuò ad emergere nel dialogo, ch'era anzi un monologo: "Mio figlio era bellissimo, era intelligentissimo, era un ragazzo eccezionale. Viveva attento a tutto e a tutti, immerso nella realtà politica e sociale. Viveva per gli altri, per i più poveri. Lavorava nei mesi di vacanza per guadagnare per loro. Non gl'importava di divertirsi, d'essere, lui, ricco della ricchezza del papà. E ora io vivo con lui, io parlo con lui, io mi rivolgo a lui. Solo a lui. Degli altri non m'importa più niente".

B) Ma non hai detto che questa signora ha un marito e una mamma anziani? essi potrebbero oggi essere oggetto del suo amore.

A) E' giusto. Era appunto questo il punto più dolente. Ma lei, ora, era presa in modo esclusivo dal ricordo del figlio morto in una settimana, per una malattia sconosciuta, non diagnosticata. Lui, che per lei era tutto.
Io non potevo strapparla da quel ricordo. Non potevo richiamarla alla realtà: avrei rotto l'incanto di quel suo monologo doloroso e senza lagrime.

B) Potevi forse richiamarle il pensiero di Dio ... E' Lui il solo consolatore, specialmente nelle ore più difficili e dure!

A) E' vero. Ma non era il momento. Ascoltare non significa interloquire subito, ma saper attendere l'istante giusto. E il pensiero di Dio non si può sempre gettare là, in un dialogo ch'è un monologo, in treno, con una persona sconosciuta. C'erano due persone nella sua vita, che certamente potevano parerle più vicine di un Dio al quale nel monologo, non aveva fatto cenno.

B) Cioè suo marito e sua madre!

A) Sì, suo marito e sua madre. Ma lei continuò: "Oggi, solo mio figlio m'interessa. Eppure mio marito vive per me sola, e mia madre è disperata di questa mia disperazione. Ma io? io che cosa posso farci? Io vorrei solamente morire". Osai domandare timidamente: Perché? Il perché di questo desiderio di morte avrebbe potuto, forse, farmi intuire qualcosa del suo mondo spirituale. La sua risposta fu: "per ritrovarmi con mio figlio!".

B) Dunque, c'era in lei la fede in una vita eterna! Ecco che ti apriva uno spiraglio attraverso il quale avresti poi potuto parlarle di Dio unico consolatore.

A) No, non mi pareva ancora giunto il momento. Incontrarsi con il figlio non aveva necessariamente sapore di fede: con un figlio morto ci si può ritrovare nella vita, se si crede nella vita che continua; e con un figlio morto ci si può incontrare nella morte, la fine di tutto. Ora, per la mia interlocutrice la morte che cos'era? Io non avevo altri indizi, se non le sue parole, e non potevo imporre qualcosa di troppo alto, che lei avrebbe rifiutato, o Qualcuno, ossia Dio, che lei avrebbe potuto respingere. Mi avvidi, comunque, che il dialogo si faceva sempre più difficile, e mi parve di poterla richiamare ad un amore più sensibile: quello della madre e quello del marito.

B) Ma ti aveva già detto che non le interessavano ...

A) Non le interessavano, ma, in realtà, erano due amori veri, grandi, profondi, reali, concreti: due amori diversi ma vicini a lei. Li avrebbe ritrovati nel momento in cui sarebbe scesa dal treno. Due amori concreti, che realmente soffrivano per lei. Ma lei continuò con immensa tristezza: "Mi dica, mi dica: è egoismo, il mio? io sono persuasa d'essere un'egoista, un'egoista proprio perché niente e nessuno m'importa più".
"Siamo tutti egoisti, osai rispondere, purtroppo: tutti egoisti. Tutti ci arrestiamo a ciò che ci tocca. E lei ha indubbiamente un grave dramma che sconvolge la sua vita".
"Allora, io posso restare in contatto con mio figlio!"
"Certo, lo può. Direi anzi che lo deve. Ma non mi ha forse detto che suo figlio viveva per gli altri, aperto agli altri? E allora, non pensa forse che suo figlio la inviti a uscire dal suo dolore per occuparsi proprio degli altri?"
Ero entrata, così, nel pieno del problema: uscire dal proprio mondo doloroso per aprirsi agli altri. Perché lei aveva gettato lì la terribile parola "egoismo", perché si rimproverava d'essere egoista e chiusa nel proprio guscio di tristezza e di disperazione, proprio per questo potevo tentare di aprirle un orizzonte nuovo: il mondo degli altri, dei poveri, degl'infelici come lei e più di lei: quel mondo a cui, mi diceva, il figlio era aperto.

A) Ma forse era un mondo troppo nuovo per lei, questo dell'apertura agli altri. Forse le chiedevi troppo.

B) Sì, me ne accorsi: mi guardò con aria desolata, scosse il capo, mormorò: "Ma io sono egoista. Io vivo per il mio ragazzo. Solo per lui. Come posso pensare agli altri?" Ma subito aggiunse: "Forse io gli do dispiacere, al ragazzo, se mi vede così disperata... Mi dica: mi vede, lui?"
Il dialogo si era fatto estremamente doloroso. Direi anche arduo. "Mi vede, il ragazzo? Soffre, se io sono disperata?"

A) Allora, il ragazzo era vivo, per lei, se si chiedeva se egli soffriva!

B) Ecco un nuovo barlume per me che brancolavo nel buio. Il ragazzo, per lei, era vivo. Ma era solamente lui che le interessava. Forse potevo insistere sull'attenzione ad altri vivi: al marito, alla mamma ... Ed è ciò che feci: "Il ragazzo potrebbe essere più contento che lei si aprisse all'amore di coloro che anche lui ha amato sulla terra. All'amore, per esempio, di suo marito, ch'è il papà del ragazzo. Certo anche lui soffre...".
Un'espressione di tenerezza passò sul volto della mia interlocutrice. "E' vero. E per di più mio marito è anziano ed è malato. Se mi mancasse, non saprei più vivere!"
"Vede, ripresi io, vede? c'è un marito che attende da lei molto amore. La vita deve continuare. E c'è anche sua madre, così anziana. Lei può, per loro, aprirsi orizzonti nuovi!"
"Intende dire che io posso cominciare una vita nuova?" Sì, risposi. E' possibile. Può anche essere bello. Può essere dolce, per lei. E dolce per tutti, nella sua casa. Il primo a rallegrarsene sarebbe suo figlio. Dio l'aiuterà".

A) Eri tu, dunque, che le pronunciavi il nome di Dio, stavolta!

B) Ero io, sì. Ma mi parve improvvisamente oscurarsi in volto, come se un'immensa tristezza l'avesse invasa. "Dio, disse scuote il capo, Dio ... Dio! ma io mi sono vista togliere il figlio, l'unico! Preferisco chiamarlo destino! un destino l'accetto, ma un Dio?"
"Eppure egli è Padre - osai dire - è Padre anche quando le circostanze, il fatto che siamo uomini limitati e soggetti alla malattia, ci tolgono un figlio a vent'anni!" Ma il suo volto era troppo triste. Mi avvidi che non potevo, in quel momento, avviare un colloquio su un argomento così arduo. Potevo pregare, questo sì. Perché Dio è Padre, io potevo chiedergli di accogliere tanta sofferenza e tanta disperazione e di farsi strada, lui, nell'animo di quella sua creatura e figlia nell'angoscia. Non dovevo imporre Dio: un amore non si impone, non si impone!

A) Sei persuasa che non era quella l'ora? Dio non poteva forse servirsi di te, della tua fede, del vostro colloquio così intimo, per comunicarsi a questa donna?

B) Io sono persuasa, ripeto, che un amore non si impone. Che Dio ama servirsi degli uomini per raggiungere gli uomini, ma anche che Dio sa introdursi Lui nello spiraglio aperto dagli uomini, e sa aprirselo Lui lo spiraglio nel cuore dei suoi figli: tanto più quando soffrono. E allora, perché rischiare di farle del male, anziché del bene? perché appesantire le sue tenebre? La Luce, Dio, sa pur comunicarsi quando il momento è giunto! E la sofferenza, la sofferenza del corpo e quella del cuore e dello spirito, non sono forse l'ambiente più adatto perché vi penetri la Luce? Per questo tacqui, tanto più che stavamo per raggiungere Padova ed entrambe saremmo scese là. Ma tacqui soprattutto perché la mia interlocutrice aggiunse: "Non so, signora, perché io le abbia parlato così. Non amo parlare, di solito, del mio dolore. E' difficile trovare chi ci ascolti ... Ma, forse, mi sono accorta che anche lei di certo soffriva: l'ho vista dalle sue mani che l'artrosi ha devastate!".
Mi guardai le mani: era vero. Benedette le mie mani inferme se mi avevano aperto l'animo d'una sorella sconosciuta!
Aggiunsi: "Forse lei intuì che l'avrei ascoltata con simpatia ..."
Fu allora che mi chiese il mio indirizzo, mi diede il suo, mi pregò di telefonarle.
Il treno si fermò e noi scendemmo: c'era suo marito ad attenderla, ed io mi trattenni un momento: il tempo d'un loro lungo affettuoso abbraccio. Dio mio, gli dicevo, fa' che sia pieno d'amore. Fa' che sia un incontro nuovo, un inizio di cammino nuovo, una tenerezza nuova. Fa' che il loro ragazzo li unisca, anziché separarla da lui, chiusa nel suo mondo doloroso pieno solamente del figlio ...
Sono trascorsi molti giorni. E questa donna mi è presente, come mi sono presenti tante altre donne che vivono una tragedia simile, chiuse nel dolore proprio, intrappolate nella propria sofferenza. Eppure quale ricchezza d'affetti, quale possibilità d'amore e di dono di sé, anche in queste donne, e perché no, in questi uomini nostri fratelli!

A) Io penso che, forse, ognuno di noi se ne sta in un mondo piccolo, chiuso agli altri, capace d'ascoltare solamente la propria sofferenza. Ognuno di noi, se ben si guarda dentro, scopre una sua selva di spini. O se ne strappa, lasciando magari qualche brandello di carne, o ne resta prigioniero. Un infelice. Siamo in molti, infelici. In molti, prigionieri. In molti, irretiti nella nostra realtà dolorosa. Malattia, incomprensione, incomunicabilità, desolazione ... la morte che ci porta via chi amiamo ... la vita, che, anch'essa, ci porta via gli uni agli altri ... E' la nostra realtà d'ogni giorno. Solamente Dio ce ne può liberare. Ma Dio, il Padre nostro, ci chiede per prima cosa che noi restiamo in ascolto degli altri fratelli. E' il primo modo di non udire i nostri lamenti, di non avvederci degli spini nostri. E' il primo modo per stabilire con gli altri, in particolare con chi soffre, un rapporto nuovo.

B) Forse hai ragione: il primo che ci ascolta sempre è Lui, il Signore. Ma egli ci chiede d'ascoltarlo a nostra volta, e ci chiede di restare in ascolto degli altri. Se siamo disponibili, ci sarà sempre qualcuno che ci aprirà il suo cuore. Ci sarà sempre una sofferenza più grande della nostra, una sofferenza che attende solo quell'attimo d'ascolto per riversarsi in noi, per esprimersi, e, esprimendosi, condividersi. Forse Cristo ci chiede, anche in questo, di incarnarci, come il Verbo, ossia di "farci uomini" in mezzo agli uomini che noi siamo, per assumerne, come Lui, le realtà dolorose: fino in fondo, nell'amore. Forse la sofferenza altrui attende solo la nostra attenzione per rasserenarsi. E attraverso questo spiraglio d'amore, la Luce penetrerà.

Spunto di riflessione
Riflettiamo un momento: anche nel nostro grigiore e nella nostra aridità il Signore ha posto un seme. Un'aspirazione, forse, un ideale, la nostalgia di qualcosa di più bello e più buono. Tra il marciapiede e l'asfalto è spuntato un ciuffo di erbe. Esso, minuscolo, è stato più forte della pietra del marciapiede e dell'asfalto della via. Un po' di pioggia l'ha dissetato. Lo stesso sudiciume della via l'ha concimato. Ora, tutto non è più grigiore e aridità: c'è quel ciuffo di verde.
Forse, se esaminiamo la nostra realtà di vita nel mondo, ci pare che tutto sia arido e destinato a inaridirci: più forti, noi, del mondo, o più potente, il mondo, di noi?
Il mondo... Eppure il Verbo di Dio ha scelto di incarnarsi in esso, così da essere solidale con noi nel nostro quotidiano (anche nel nostro grigiore e aridità). Ma, nel mondo, è passato diffondendo la buona Novella, beneficando tutti, guarendo malati e infermi, invitando a sé i sofferenti, gli oppressi, i poveri, offrendo a ognuno riposo, pace, speranza. Si è identificato in ognuno dei più infelici e miseri.

Germana

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“Assumere la morte„

A - Ho notato una cosa: ch'è cambiato in me l'atteggiamento di fronte alla morte da quando ero giovane ad oggi. Un cambiamento radicale e una trasformazione legata a tanti fattori. Non solamente all'età, ma alle condizioni di salute, ed anche al crescere o diminuire della mia fede e della mia speranza.
Forse non è un'esperienza solamente mia. So infatti come in questi ultimi anni il fenomeno "morte", prima taciuto a lungo, è giunto alla ribalta: congressi, discussioni, interventi di teologi e di psicologi, di medici e di ... povera gente come me, ed anche di malati che sanno d'essere alla vigilia dell'incontro con il mistero della morte. Non più d'alcuni giorni fa, un programmatore d'una rete televisiva non italiana mi venne a chiedere di combinargli un'intervista con qualche malato ormai condannato dai medici: cioè con qualcuno di quei malati che hanno poche speranze di continuare a sperare, non anziani, ha raccomandato, ma giovani o perlomeno di media età: che cosa pensa della morte ormai vicina se non immediata? che cosa dicono, in prima persona, a chi lo cura?
Non nascondo che ho reagito con violenza a questa che mi è parsa un'interferenza grave nella privacy dell'uomo malato, soprattutto in quel suo mondo interiore dove avviene il colloquio tra l'uomo e Dio: colloquio che si fa - e Dio voglia che si faccia! - più intimo proprio quando la vita sta per finire e il tramonto si intravvede vicino. Ho reagito con violenza. Ma l'insistenza del programmatore in questione mi ha portata a riflettere ancora sul mistero grande della morte.

B - Forse esageri. Ma certo non è errato, almeno a una certa età, riflettere a fondo su un argomento che ci tocca così da vicino. Quando ero giovane, m'era stata annunciata prossima la morte: un vecchio sacerdote mi aveva detto, anzi scritto, che era persuaso che Dio avesse dato ordine ai suoi angeli di tenersi pronti per aprirmi presto le porte del Paradiso! E ricordo che questa "profezia" mi fece fremere, sì, ma non mi turbò. A venti anni si fa in fretta ad entrare da arditi nella morte! Ci si entra, ma senza assumerla, senza farla propria come invece si comincia a fare a una certa età. O, almeno, è questa la mia esperienza.

A - Ancora recentemente hanno avuto luogo alcuni congressi, sia in Spagna, sia in Italia, appunto per opera dell'O.A.R.I., sul tema della morte: vista dal punto di vista non tanto medico, ma soprattutto psicologico e teologico, ed anche spirituale. Ma, dico con un sorrisetto, a coloro che hanno saputo parlare così bene della morte, avrebbero affrontato altrettanto bene questo passo, una volta diventato proprio, imminente? Chi di loro aveva esperienza personale se non di morte, almeno di pericolo di morte?
E' un argomento che a scrittori, soprattutto medici, psicologi e teologi, e perfino a qualche poeta, ha dato spunto ricco di approfondimento almeno teorico: se si escludano ben pochi che hanno riferito le esperienze più profonde di malati gravi, nell'immediatezza della morte. Io penso però che qualunque esperienza del genere è indicibile, non traducibile in parole: sono così povere le parole per esprimere ciò che un uomo può provare nel suo intimo quando sa concretamente che il gran passo è immediato o perlomeno vicino!

B - Credo che l'atteggiamento cambi da malato a malato, ed anche nelle diverse tappe della malattia - come oggi gli psicologi affermano -. E' qualcosa di molto soggettivo, legato anche al rapporto profondo e intimo anima-Dio. - Altro è l'atteggiamento d'un credente, ed altro quello dell'uomo per cui la morte è un salto nel buio, è il nulla. Credo che, se le reazioni umane sono sempre personali e spesso imprevedibili, nessuna reazione è altrettanto imprevedibile quanto quella dell'uomo.
Altre morti mi sono presenti. Una, in un lebbrosario dell'America Latina, in Amazzonia. Era un ragazzo di ventisei anni, lebbroso e tubercoloso. Pochi giorni prima, in occasione della festa di San Camillo de Lellis, l'avevo visto suonare - con le mani monche - un certo strumento musicale: strumento da ... fracasso, dicevo io. Poi, improvvisamente, mi dissero che stava male, molto male. E fu mio compito assisterlo. Fu duro per quell'anima svincolarsi dal corpo: era un ragazzo giovane, che la lebbra era riuscita a mutilare ma non a sfiancare. Ci riuscì la tubercolosi. Fu una lotta durissima, ma la preghiera accompagnò questa fine, in un atto di fede e di speranza: Vieni, Signore Gesù!

A - Una morte così, ch'è un invito a Cristo, un "vieni!", può avere una sua dolcezza. Ha un suo significato, soprattutto per un uomo che dalla vita non ha avuto niente, proprio niente se non la lebbra e il confino in un lebbrosario, l'incontro con Cristo nell'eternità può avere un senso profondo.

B - Sì, ma non penso che sia completo questo ragionamento. Qualunque vita, anche la più ricca e feconda, può aver una sua luce particolare nella morte: e non solo la vita infelice d'un ragazzo lebbroso. O noi vediamo la morte alla luce di Dio, come il mistero che chiude l'altro non minore mistero ch'è la vita d'ogni uomo (e la chiude nel momento in cui apre la vita eterna - o meglio, sfocia in essa, come normale continuazione della nostra vita umana -) o la morte resta qualcosa che non possiamo se non rifiutare, ribellandoci. Ma la morte di Cristo, e solamente essa che si fa risurrezione, dà un significato alla morte nostra. Triste colui che non ha fede!

A - Mi viene in mente il racconto di un'altra persona che mi parlava della morte della Mamma. Non era mamma sua: l'aveva presa bambina e a lei doveva molto della sua vita cristiana. Spesso mi diceva che le aveva parlato della sua morte come d'una realtà ormai prossima. "Vedi, mi diceva spesso: la morte sarà come un velo che si squarcerà. Al di là, l'eternità!". Una fede profonda, la sua. Una fede adulta, che lei sfrondava da tutto ciò che non era essenziale nel suo rapporto con Dio: una fede aperta e serena e forte. Toccò a me restarle vicina in quell'ultimo passo. Mi aveva raccomandato più volte: "Quando io morrò, tu reciterai la Salve Regina vicino a me perché sono terziaria domenicana!" Quando mi accorsi che ormai la fine era prossima, invitai un'amica a recitare con me a voce alta la Salve Regina. "E' preghiera che mamma ama", le aveva detto quasi giustificandosi. La mamma mi guardò: "E' la preghiera, disse, che nell'Ordine Domenicano si recita quando uno sta per morire!". "Recitiamo la Salve Regina", ripresi io allora. E pregammo così, insieme, in pace. Poi, a notte, quando la fine apparve imminente, ricominciarono la Salve Regina: e una e due e tante volte ... Fu questo il suo commiato dalla vita.

B - Capisco perché tu dici che, per te, la morte è la cosa più grandiosa che la vita ci riserva, perché hai presente persone che sono morte d'una morte così: un velo che davvero si squarciava. Ma quando la morte assomiglia a quella di Gesù in croce? quando la morte ha tutto l'orrore della violenza dell'uomo contro l'uomo, nell'odio e nel rancore? Che cosa possiamo dire d'una morte così? come possiamo guardarla in volto senza rabbrividire?

A - E' vero: molto spesso rabbrividiamo guardando la morte: come giunge, come aggredisce alla spalle, come tradisce. Ci sono anche delle morti terribili, lentissime, che si protraggono per anni, senza scampo e senza speranza. Delle morti senza sosta: quella di certi nostri anziani, ogni giorno una briciola ... E il corpo che si accascia, e la mente che si affievolisce, e l'uomo che pare diventare meno uomo ...

B - Spesso, in certi reparti d'ospedale, si assiste impotenti al combattimento dei giovani contro la morte. Io credo che solamente la presenza silenziosa di gente profondamente buona può dire qualche cosa che illumini le tenebre di certe morti. Un cappellano che sia veramente uomo di Dio, una religiosa che viva e testimoni la sua vocazione, un laico coerente fino in fondo, un visitatore umile e attento, un compagno di malattia capace di credere e di sperare e di dimenticarsi: sono costoro che possono fare intuire il perché misterioso della morte, soprattutto di certe morti durissime.

A - E l'agonia dei bambini? che cosa si può dire di fronte a un bambino che muore?

B - Si può fare un'unica cosa, come di fronte a un bambino che soffre: si può soltanto tacere! Sarà allora un silenzio che non cerca giustificazioni, che in certe ore solamente il silenzio è risposta, perché lascia parlare Dio: e Dio è il solo che "sa", il solo ch'è Padre. Ma Lui ha taciuto anche alla morte del Figlio: era olocausto purissimo, olocausto d'amore fino alla fine. Ora, che risposta possiamo cercare noi? che risposta possiamo addurre a tanta sofferenza? come indagare in un mistero ch'è più grande di noi? E come non provare orrore quando Gesù ha assaporato con orrore la morte innocente? Io credo che ci sia solamente il silenzio in umiltà di cuore: un silenzio che sia espressione di fede e di speranza, un "so a chi mi sono affidato!" So che Dio mi è Padre e che mi ama. So ch'è Padre di questo bambino, di questo fratello ... e l'ama. So, anche se non capisco. Credo. Chiudo gli occhi e credo.

A - E quando non fosse possibile un gesto di fede silenzioso? E coloro che gridano, che urlano la propria disperazione?

B - Io credo che Dio, il Padre, comprende ognuno dei suoi figli. La fede come la preghiera non viene mai ad ... anestetizzare un uomo! Se la religione non è l'oppio dei popoli, la fede e la preghiera non sono l'oppio dell'uomo che soffre. Non sono un analgesico, non una droga. Un Giobbe che grida a Dio la propria sofferenza non è oggetto dell'amore di Dio meno d'un altro uomo che sa rassegnarsi. Tanto più che la rassegnazione non è mai stata una virtù cristiana: il cristiano, come Gesù, balza in pieno nella realtà che vive, assume in pieno la sofferenza e la morte. E questo balzare, questo assumere, non sono droga che attutisce, non sono rassegnazione che assopisce. Cristo non era un rassegnato: la volontà del Padre non è stata subita, è stata abbracciata fino in fondo, anche nel momento del grido: "Padre, perché mi hai abbandonato!" Ora, anche chi soffre può gridare a Dio il proprio patimento. Può essere davvero un urlo. Lo sai da un pezzo che ne sono convinto! Io sono certo che non esiste disperazione per cui Dio non sia speranza. Che non c'è vuoto, che Dio non possa colmare!

A - Siamo noi, noi, che spesso manchiamo di questa fede. Eppure sarebbe una fede contagiosa. Ne abbiamo bisogno nell'atto d'avvicinare un infermo grave, un anziano che sta per lasciarci, un qualunque uomo che lotta con la morte! Forse ci manca la coerenza della fede e della speranza. Forse per primi non siamo capaci di guardare così né la morte altrui né la nostra, perché non abbiamo ancora guardato in volto la morte di Cristo. Proprio questa morte dobbiamo guardare in umiltà di fede: ed avrà un significato anche la morte nostra. Non ci sembrerà una fine. Crederemo, allora, nell'eternità della vita. E, se non potremo vincere la naturale ripugnanza per la morte, potremo però allargare l'animo nostro alla speranza, a chiunque agonizza, sapremo testimoniare appunto Cristo, Speranza degli uomini.

Germana

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“Malattia e incontro con Dio„

"A. Credo di dire la verità se affermo che molto spesso noi ci troviamo sprovveduti di fronte al terribile problema dell'infermità, della sofferenza, della vecchiaia, della morte. Confesso d'essermi trovata un'ennesima volta sgomenta di fronte allo sfacelo d'alcune vecchiette, in un'infermeria per anziane, e in particolare davanti a una persona novantenne, a me carissima, che non mi riconosce più e che sa solamente piangere.

B. Certamente non c'è risposta al "perché" che nasce spontaneo di fronte a tanto patimento. Ma restiamo ugualmente coinvolti nel piano della redenzione, disposti ad accogliere in silenzio il mistero della sofferenza, e a mettere tutte le nostre forze a disposizione di Dio per ricavare, con Lui, ogni bene anche dal male che la malattia è in sé.

A. Ma non basta che coinvolgiamo noi stessi, o che, piuttosto, ci lasciamo coinvolgere da Dio nel piano della Redenzione. Occorre che coinvolgiamo anche loro, i malati. Occorre che li aiutiamo ad accettare non solo la potenza creatrice di Dio che dal nulla sa ricavare ogni cosa; non solo la sua potenza miracolosa, per cui Egli interviene anche sulle cause seconde e sa rendere la vista ai ciechi o l'udito ai sordi o le mani agli storpi; ma anche la potenza d'amore per cui Egli sa ricavare il bene anche dal male, sa rendere umano, ossia degno dell'uomo, anche ciò che noi sappiamo vedere solo terra terra.

B. Rendere più umano potrebbe significare forse far sì che noi cogliamo il suo disegno d'amore celato anche nella sofferenza, che ci rallegriamo dei valori di pazienza, d'offerta, di comunione con gli altri, di tensione verso valori che non passano, verso il Bene supremo, verso l'amore di Dio ... che anche dall'infermità possono sorgere, ed anche nell'uomo meno pronto, e nel tempo più duro, quando l'infermità pare schiacciare e realmente schiaccia.

A. Certo, il primo impatto, il primo scontro con l'infermità è sempre durissimo. E' uno choc. Il malato viene tuffato all'improvviso nell'insicurezza. Ieri era uno come tutti gli altri: forte, tranquillo, sicuro di sé, arbitro della propria vita; ed oggi è in un letto, un uomo qualunque, in balia di tutti ... O forse è giunto all'insicurezza attraverso a un crollo lento, giorno per giorno ... Non di rado sentiamo queste parole: "Tutto è finito, ormai. Io sono un fallito. Non ridiventerò più come prima. Meglio sarebbe per me morire..".

B. In realtà, tutto viene posto in questione. Che significato ha, in fondo, la malattia? e la vita? Che senso ha vivere in certe condizioni di sofferenza? Non è, tutto, assurdo?

A. E si va oltre: Dio, chi è questo Dio a cui non importa niente che un uomo soffra, che svanisca nella sua mente con gli anni, che muoia un innocente? Dio, tanto, non ti ascolta. Dio ti castiga. Perché, allora, pregarlo? Io, che male ho fatto, io, perché Dio mi riduca così, nell'infermità? un Dio che punisce i buoni, che le concede tutte ai malvagi ... Perché pregarlo? Esiste, poi, questo Dio? Così, tutto è posto in discussione. E noi ci avvediamo che in questo primo impatto con la malattia non è possibile nessun annuncio di vita cristiana. Il Vangelo è un assurdo per il malato. Noi stessi, che l'assistiamo o lo visitiamo, noi siamo colpevoli ai suoi occhi: colpevoli perché siamo sani, perché fra breve torneremo a casa, ci ritroveremo nella nostra famiglia, mentre lui, il malato, si ritroverà nel più impersonale degli ambienti, quello dell'ospedale o dell'ospizio, dove continuerà ad essere un numero qualsiasi ...

B. Ma come possiamo farci perdonare questa nostra colpa? questa che ai suoi occhi è un'ingiustizia, perché noi, no ... mentre lui, sì ...?

A. Non riusciremo mai a raggiungere l'animo del malato e ad aprirgli uno spiraglio, perché entri la Luce di Dio, se non gli avremo fatto sentire prima che nessuna sua dimensione ci sfugge, nessuna ci è estranea: né le dimensioni psicologiche, né quelle biologiche, sociali, umane, familiari, spirituali, religiose ... E ci sta a cuore lui, proprio lui. Per noi non è il malato del letto N° X, non è lui stesso un numero. E' persona, per noi. Un numero non dice niente. Ma una persona ha un significato per noi. E il malato vuole essere accettato appunto come persona. Non è forse persona anche per Dio?

B. Ci sono casi in cui il malato reagisce alla malattia chiudendosi nel suo mondo disperato. Solo la sua sofferenza lo tocca. Solo i problemi ad essa connessi. Anche i suoi cari gli sono estranei. Non c'è accettazione ma rifiuto. Un muro. E allora più che mai ci troviamo nell'impossibilità di fargli intuire e meno ancora cogliere i valori dello spirito.

A. Prima dovremo fargli sentire che siamo noi coinvolti con lui, nei suoi problemi, che li sentiamo nostri ma in verità. Poi, solamente poi, potremo noi coinvolgerlo in problemi più vasti, meno personali. Li sentirà con minore egocentrismo. Poi si aprirà. Ma quanta pazienza occorrerà! Niente però è impossibile a Dio: neppure attrarre il malato nell'orbita d'altri interessi, così che possa giungere gradatamente ad accogliere i valori della vita, ad accettare la propria realtà. Un passaggio, allora, ai valori del Vangelo potrà essere lentamente possibile.

B. E quando il malato si trovasse solo coi propri ruderi, avvilito, schiacciato dal peso della propria inutilità? Prima si sentiva utile, ora non serve più a niente ... Prima era ricco d'energie, ora è in cocci, bisognoso di tutto e di tutti.

A. E' vero: ogni malattia è un grosso peso di povertà, di inutilità, di profonda miseria. Quando il malato è lì, inerte, fiaccato dal male, stanco e disgustato dei propri limiti, non è facile e forse non è possibile portarlo ad "impegnarsi" con Dio, ad accogliere il Vangelo, a vivere una vita cristiana. Perché impegnarsi con Dio reclama sempre una potenza di passione; ed accogliere il Vangelo significa accogliere Cristo, la sua croce, la sua passione ... Questo, il malato non sa farlo, se è più disperato che ribelle, più stanco che rassegnato. Che parole dirgli, allora? quale significato dare al nostro silenzio? Ed è poi il caso di tacere? e fino a quando? Sono domande che noi cristiani non possiamo non porci? Non dobbiamo adattarci a un silenzio passivo, ma dobbiamo solamente attendere. Attendere vigilando, così da scoprire il momento in cui far giungere al fratello la parola di Dio, che faciliti l'incontro con Lui.

B. Ma occorrono davvero le parole? Non basta la testimonianza? la presenza cristiana?

A. Basta quando non è possibile anche la parola. Ma noi sappiamo che non abbiamo il diritto di tacere quando la parola è possibile. Poiché anch'essa ha un suo significato e una sua potenza. Qual è quel Vescovo americano che disse: "Non tacere! Se tu tacerai mentre potevi parlare, più d'un'anima rischierà di passare al buio la notte!"?

B. Io credo che, molto spesso, prima della parola ci dev'essere la presenza e la testimonianza.

A. Ed è vero. La parola deve radicarsi appunto sulla testimonianza e sulla presenza cristiana. Alla base, deve sempre esserci l'impegno umano, l'attenzione, la comprensione, la disponibilità al servizio, la condivisione della sofferenza. Ma una condivisione vera, sincera, tale che ne siamo coinvolti nel profondo. "Io voglio essere un punto interrogativo", mi diceva recentemente un medico. Sì, un punto interrogativo: tale che il malato si chiede CHI sia il nostro motore, l'animatore del nostro coinvolgimento nella sofferenza dei fratelli. E un'infermiera: "Io chiedo a Dio di rendere presente la sua bontà e misericordia".

B. Questo, però, non è ancora dialogo di fede.

A. E' vero, ma è offerta di fede, anche in silenzio. Magari senza parole. Le parole verranno dopo, se poi verranno. Da parte nostra faremo ciò che dipenderà da noi: presenza, testimonianza, anche parola. Ch'è forse la parte più difficile, quando poi è possibile. Spesso, in un ospedale ne manca il tempo. Penso a un'infermiera che si rende disponibile, quando le circostanze glielo permettono, ai turni di notte per approfittare del silenzio della corsia per tentar d'avviare un primo dialogo - che proprio il silenzio notturno rende a volte più facile. Di notte l'animo può essere più disposto all'ascolto. Di notte, si attenua la difficoltà che proviene, di giorno, dalla promiscuità, dalla presenza dei medici e dei parenti, dalle cure ...

B. La mia esperienza di visitatrice mi dice che, a volte, il dialogo di fede prende l'avvio da qualcosa di molto umano, che sia vicino all'animo del malato e che, senza richiedere sforzo della mente, parli alla fantasia ed al cuore. Più d'una volta aprii la via a un dialogo di fede suggerendo a un malato non un'espressione del Vangelo, ma un noto proverbio arabo: "In una notte nera, in una foresta nera, sopra una pietra nera, c'è una formica nera ... E Dio la vede!" Dapprima un sorriso del malato al pensiero di questa bestiolina nera che scompare in tanto nero ... e Dio la vede! Poi, la riflessione. Poi, dalla riflessione al pensiero di Dio che vede anche lui, il malato, il passo è breve. Lui pure vive in tanto nero, ma Dio vede anche lui! Il malato ascolta. Qualcosa rimane.

A. Certo è solo un abbozzo di colloquio. Non molte parole. Non grandi cose. Ma è un gettar là l'idea che Dio è un Padre. Anzi, direbbe Papa Giovanni Paolo I°, Dio è una Mamma.
Verrà poi il pensiero che esiste anche un Cristo, un Crocifisso. E l'idea di prendere in mano il Vangelo. Si tratta, in brevi parole, di aiutare Dio a incontrare un suo figlio che soffre. Dio può suggerirci lui la via migliore. Basta che noi restiamo in ascolto. Che siamo attenti a ognuno dei malati che avviciniamo. Che preghiamo per lui: la preghiera è il modo migliore per aprire una via. L'amore di Dio sa penetrare attraverso ad ogni spiraglio. Dio ama spesso valersi di noi uomini per comunicarsi agli uomini. Dio vuole che li aiutiamo a diventar signori della vita, quindi anche della malattia, della sofferenza, della morte. Dipende spesso da noi. Perché l'infermità non va subita ma accolta, assunta, compresa in ciò che, nel suo mistero, resta comprensibile anche a noi ... Il crocifisso, la comunione con Cristo che continua nel mondo la sua passione: ecco dei misteri d'un amore così grande che, quando penetra in un fratello che soffre, lo conquista per sempre.

B. Il dialogo che dà avvio alla fede col malato ricoverato, non mi pare il più difficile. Penso, per esempio, a chi lavora in una mutua: un lavoro sempre di corsa e quanta stanchezza per i molteplici contatti quotidiani con persone che forse non si incontreranno più ... Come avviene allora il dialogo? come aprire uno spiraglio alla Luce di Dio? Credo che, in tale caso, proprio la presenza e la testimonianza possono essere la via più valida e forse il solo strumento d'incontro con Dio. Di tale fratello malato non si è potuto sondare nulla, se ne ignora la fede, è difficile coinvolgersi con lui e anche fargli sentire che si è coinvolti ... Resta allora la forza della preghiera ed è davvero la più grande forza, insieme all'offerta dei propri limiti come del proprio lavoro ...

A. Più spesso ci si può trovare di fronte ai malati che accostiamo nel nostro ambiente che si tratti dell'ambiente di lavoro, nel quartiere, nella parrocchia, malati a letto, che visitiamo, o malati - che sono i più - che continuano il proprio lavoro per i più gravi motivi, non ultimo quello del pane quotidiano. Parlare, allora, soprattutto ascoltare? Dio voglia che ci sia possibile dialogare. Ma, sempre, potrà esserci dato di ascoltare, di fare sentire che tutto c'interessa, che comprendiamo, che siamo coinvolti. Questo, soprattutto quando un incontro non resta isolato. In ogni caso l'amore è ricco di fantasia per inventare il modo d'un nuovo ascolto, d'un'attenzione delicata e affettuosa ... Il malato, spesso, ha fame che di questo: di trovare chi gli sia attento. E' questa la parte d'ogni cristiano. Non possiamo esimerci. Ma che tale attenzione nasca da amore, ci dà disponibili, che ci impedisca di dimenticare che TUTTO il fratello ci interessa, l'intera sua persona umana: e, accanto al conforto della comprensione la pace dell'incontro con Dio ... Serviamoci di tutti i mezzi: preghiera, offerta, azione, parola. E la fiducia che Dio sa amare i suoi figli più di quanto li amiamo noi, e ch'egli è vicino a loro, a ognuno, più di quanto noi immaginiamo!

Germana

Per informazioni:
e-mail: aigermana@gmail.com