Scritti (o spunti) di Germana Sommaruga
Alcuni scritti sulla "Speranza" ristampa 2013
"...Raccogliete le briciole!" Giugno 1985 Ed. Salcom
"Le dodici ciotole di riso" Novella
"Essere volontario? Un dono!" Approfondimento

“...Raccogliete le briciole!„
(cfr Giovanni 6,12)

Spunti di riflessione per laici impegnati nella carità

Introduzione

Briciole di riflessione per laici qualunque, ma davvero impegnati: cioè per quel popolo di Dio che, umilmente e con tutto lo slancio di cui è capace, vuole essere in cammino. Briciole per quelli, dei laici, che vogliono aprirsi a un ideale più alto, rendersi capaci di vita davvero cristiana, mossi da speranza, disponibili a chi soffre (e chi, nel mondo nostro, non soffre? chi non ha bisogno di consolazione e di speranza?).
Briciole senza pretese:
- un fatterello, una cosa da nulla che può capitare nella vita d'ogni giorno!
- una riflessione più profonda, tratta dalla nostra esperienza quotidiana personale;
- alcuni versetti della Scrittura da approfondire...
È che, per noi laici, è difficile trovare il tempo per lunghe meditazioni. Per studi approfonditi. Per profonde considerazioni. Ma se davvero imparassimo a trarre spunti di riflessione da ogni nonnulla, dalle cose che vediamo, da quelle che udiamo, dalle piccole realtà di ogni giorno, sarebbe una vera ricchezza per noi. Una pagina al giorno, forse... Una riflessione alla semplice, da soli o con altri. Dicono che... l'appetito viene mangiando! chissà che, nutrendosi di poche briciole al giorno, un po' per volta la fame della parola di Dio non aumenti anche per i più semplici dei laici?

La forza di un seme

La briciola
Nella via più arida e assolata del mio quartiere ho scoperto un piccolo ciuffo di erba. La potenza del seme ha ampliato una sottile fessura tra il marciapiede e l'asfalto. Ora è una nota verde tra tanto grigiore.

* * *

Spunto di riflessione
Riflettiamo un momento: anche nel nostro grigiore e nella nostra aridità il Signore ha posto un seme. Un'aspirazione, forse, un ideale, la nostalgia di qualcosa di più bello e più buono. Tra il marciapiede e l'asfalto è spuntato un ciuffo di erbe. Esso, minuscolo, è stato più forte della pietra del marciapiede e dell'asfalto della via. Un po' di pioggia l'ha dissetato. Lo stesso sudiciume della via l'ha concimato. Ora, tutto non è più grigiore e aridità: c'è quel ciuffo di verde.
Forse, se esaminiamo la nostra realtà di vita nel mondo, ci pare che tutto sia arido e destinato a inaridirci: più forti, noi, del mondo, o più potente, il mondo, di noi?
Il mondo... Eppure il Verbo di Dio ha scelto di incarnarsi in esso, così da essere solidale con noi nel nostro quotidiano (anche nel nostro grigiore e aridità). Ma, nel mondo, è passato diffondendo la buona Novella, beneficando tutti, guarendo malati e infermi, invitando a sé i sofferenti, gli oppressi, i poveri, offrendo a ognuno riposo, pace, speranza. Si è identificato in ognuno dei più infelici e miseri.
Il "seme" della sua Parola, l'esempio vivo della sua vita, ha trasformato la storia umana nei secoli. Potrà ancora oggi, nella nostra vita personale, nel nostro quotidiano spesso così modesto e scialbo, essere il ciuffo verde della speranza. Il seme che ha posto in noi è ricco e fecondo della Sua vita nel mondo. Basta che non ne spegniamo la vitalità.

* * *

Ma per noi è diverso!

La briciola
Dall'appartamento vicino giungono voci concitate e un pianto sommesso. "Basta! non ti voglio più bene! sei la solita canaglia!", è la voce del babbo, cui fa eco quella del fratello maggiore: "Ha ragione papà! Andrò io dal tuo maestro a dirgli che razza di comportamento è il tuo!".
Sento che anche la mamma ha preso la parola e tendo l'orecchio: "Ma non è che un bambino...". Non odo altro se non il singhiozzare del monelluccio.

* * *

Spunto di riflessione
(Per fortuna, penso io, c'è la mamma...). Riflettiamo un poco: forse dire di noi "monelli" è troppo poco. Dire "canaglia"? Ma pensiamo a quel nostro Padre e a quel nostro Fratello maggiore che ci guardano con occhio di infinita misericordia.
Dio ha amato gli uomini per primo: da lui proviene ogni carità e santità. Egli vuole che viviamo per lui e con lui. Egli, anzi, abita in noi. E ci vuole in comunione filiale con sé: comunione di figli col Padre. Ci vuole in un rapporto vivo e personale col Fratello maggiore: non per niente il Verbo è divenuto uno di noi, l'Uomo per eccellenza, il solo vero Uomo quale Dio, il Creatore e Padre, può averlo voluto dall'eternità. Ci vuole in ascolto attento dello Spirito, nostro maestro.
Ci vuole così. Ma, a dir il vero, ci fa Lui stesso dono di questa intimità. Noi possiamo desiderarla, chiedergliela, ma soprattutto disporci a riceverla come dono, fedeli alla preghiera personale e anche, secondo le circostanze, a quella con gli altri, comunitariamente: fedeltà alla preghiera nel nome del Fratello maggiore Gesù. E anche noi abbiamo una Mamma. Forse anche lei direbbe di noi: "Ma non è che un bambino... non è che un povero figlio d'uomo, fragile, misero... Ma Tu sei il Padre, Tu sei il Fratello Maggiore, Tu sei il Maestro!". No, non un rimprovero: una compartecipazione alla misericordia divina, di Dio-Trinità!

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“Le dodici ciotole di riso„ (novella di G)

Il Padre Missionario si rivolse alla donna: "Vuoi, O-pei, unirti in matrimonio con Weng?". Weng guardò la sua donna. Non era più giovane, O-pei, sciupata dal lavoro quotidiano nei campi, con quegli otto bimbi da allevare: nove, anzi, perché quando sulla soglia della capannuccia di fango aveva rinvenuto in pochi cenci un piccolo di due mesi, abbandonato, anche quell'innocente aveva trovato asilo nella capannuccia e nel cuore dei due sposi. "La terra, aveva concluso Weng, darà riso anche per lui". "Ed io, aveva aggiunto lei, avrò latte per tutt'e due".
Il piccolo Lang, il trovatello, era cresciuto così nella capannuccia di fango, insieme alla sorellina di latte, Fior di Pesco: e poi quasi ogni anno la primavera aveva portato un bimbo in dono... Erano ormai nove, i piccoli di Weng e di O-pei, nove in dodici anni; ed erano lì, corona di candore attorno all'altare del Missionario Camilliano. Ad uno ad uno Weng li accarezzò con lo sguardo: poi tornò a fissare la donna: e il volto di lei, olivastro, s'accese di pudore, come in quel primo giorno lontano, quand'ella l'aveva seguito nella capannuccia di fango, nell'aia tutta sole; e gli occhi nerissimi si abbassarono, mentre il labbro ripeteva, quasi tremando, il dolcissimo "si"!
Padre Claudio aveva un nodo in gola: il primo matrimonio in terra di missione! e tutti quei bimbi, sui quali, proprio lui, di sua mano, aveva fatto scendere l'acqua battesimale! Un nodo in gola: troppo grande la gioia ... Valeva pur la pena, mio Dio, di lasciar mamma, casa, patria, per donare a Dio la primizia di quei nove biricchini, di quel nuovo focolare cristiano! Wei, la primogenita ormai giovinetta, reggeva i due minori, gemelli di pochi mesi; Lau, timidetta come un'agnellina, si nascondeva dietro Melo in Fiore; Seng dormiva beato tra le braccia di Fior di Melo; Fior di Pesco, la penultima, dava la mano al trovatello.
Ma Lang non badava alla sorellina: seguiva con lo sguardo ogni gesto di Padre Claudio, e la luce dei due ceri si rispecchiava nelle pupille nere, mobilissime, lucenti di febbre.
Quel giorno il modesto desco contò una dodicesima ciotola di riso: e la capannuccia di fango ospitò il Missionario Camilliano. E su ogni testina si posò la sua mano; ed egli aiutò Fior di Melo a imboccare Seng; sorrise a Lau, che si rifugiò timidetta in grembo a mamma; accarezzò Fior di Pesco, tutt'in lagrime per un piccolo bisticcio fraterno ... e fermò a lungo lo sguardo su Lang, che piano piano, con visibile sforzo, trangugiava il riso della sua ciotola, accesi gli zigomi sporgenti, come da improvvise vampate di febbre.
Già tutti avevano vuotato le ciotole, e ancora Lang terminava a fatica di inghiottire il suo riso. Quando depose sul desco i due bastoncini che gli servivano da forchetta, Padre Claudio se lo chiamò accanto."Tu hai la febbre, bambino mio", disse. Lang scosse il capo e ruppe in singhiozzi. E P. Claudio si prese fra le braccia il cinesino febbricitante, lo depose sul letto, gli tenne la mano sulla fronte ardente, finché il fanciullo si assopì nella penombra.
Tornò due giorni dopo il Missionario: quanti chilometri a cavallo, sotto il sole! E trovò sul povero desco la sua ciotola di riso: e non osò rifiutare quel gesto d'amore. Mentre Weng, nel campo, era curvo taciturno sulle pianticelle della risaia, stupenda di verde, O-pei singhiozzava nella penombra della capannuccia sul trovatello in delirio. Le parole uscivano smozzicate dalle labbra riarse: il fanciullo si abbandonava sfinito sul lettuccio, si alzava d'improvviso, si agitava. "Buono, buono, bambino mio!". Al tocco di quella mano, il fanciullo pareva calmarsi un pochino ...
Ancora alcuni giorni dopo tornò P. Claudio alla capannuccia lontana. Weng era inginocchiato con O-pei davanti a una immagine di Maria Vergine: "Mamma Santa, diceva lui - ed ella ripeteva parola per parola - salvaci il nostro ragazzo".
Si alzarono appena scorsero il Missionario. "No, no, restate: pregate! da Lang ci vado io!".
E sostò accanto al fanciullo ancora in delirio. Tentando di raccoglierne le espressioni sconnesse. "Padre bianco ... anch'io come il Padre bianco,... io prete ... io, la croce rossa". P. Claudio ebbe l'intuizione d'un segreto, mistero di predilezione divina, e il cuore gli si schiuse a speranza.
Quando - ed era ormai sera - uscì dalla capannuccia, Weng gli si avvicinò. "Padre bianco, disse, mio figlio guarirà".
"Guarirà? Oh, speriamolo, Weng! ma perché mi dici così?".
"Perché Lang ... l'ho promesso alla Madonna! Lo vuoi con te, se si fa prete come te, Padre bianco? Guariscimelo, e te lo regalo".
"Preghiamo, Weng, preghiamo". E d'improvviso dinanzi al suo spirito gli parve di vedere il missionario del domani, dal viso olivastro dai capelli corvini e sul cuore la Croce Rossa, e una schiera dietro di lui, tutti crociati, come i bimbi del sogno della vecchia "madonna Elisabetta"...
"Preghiamo, Weng!". Un ampio gesto di benedizione, e si allontanò.

* * *

Lang guarì. Si era fatto un bel ragazzo, intelligente e buono. Lang, e il suo segreto era custodito nel cuore del Missionario come un sogno troppo bello, divenuto segreto comune. A mamma e papà Lang non aveva ancora osato svelarlo.
P. Claudio era giunto quel giorno alla capannuccia di fango, mentre i piccoli eran seduti dinanzi alla consueta ciotola di riso; quando impellente come un bisogno insopprimibile, ecco in cuore la decisione; portar via, ormai, il fanciullo, iniziare il Postulandato Camilliano cinese, il Noviziato .. e poi studentello, poi Sacerdote, Missionario Cinese in terra di Cina, apostolo fra i suoi fratelli gialli, Camilliano come lui, P. Claudio, era Camilliano! Lo afferrò un nodo in gola: posò lo sguardo su O-pei, su Weng, poi ancora sul ragazzo che gli fissava in petto la Croce Rossa ... "Weng, disse, la Vergine mi ha mandato oggi a prender il tuo figlio Lang. Sei tu che me l'hai donato, ricordi? quando l'hai promesso alla Madonna ...". O-pei fissò Weng: egli si scolorò in viso: il trovatello si fece di brace.

* * *

Nessun cambiamento, da quella sera, sul povero desco: le solite undici ciotole di riso, e papà e mamma, e gli otto piccoli della nidiata ... L'undicesima ciotola divenne il quotidiano dono d'amore di Weng e O-pei a un mendicante.
Poi un giorno sul desco ricomparve la dodicesima ciotola: e sul cibo si levò benedicente la mano del novello missionario. E ancora O-pei guardò Weng, e ancora Weng si scolorò in viso.
Padre Lang fissava il cielo.

Germana

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“Essere volontario? Un dono!„

"Dono" ha un suo significato profondo. Si fa dono di qualcosa di bello, di valido, di buono.
Un dono è tanto più prezioso quanto più ne hai bisogno. Non solo, ma anche quanto più il dono ha sapore di vera gratuità e scaturisce dal cuore; quanto più il donatore intuisce il tuo bisogno e ti viene incontro con l'amicizia, finezza, attenzione, ascolto, disponibilità. Quanto più ti fa sentire che, per lui, non sei un estraneo.
"Volontario" è sinonimo di "dono per l'altro". Gratuità, cordialità, rispetto, simpatia ne accompagnano la presenza. Il volontario dà e non pretende un ricambio. Non moltiplica le parole ma rimane in ascolto. Capta un bisogno e mette a disposizione la propria competenza, intelligente per alleviarlo. Cogliere una sofferenza e partecipa a ciò che fa soffrire. L'esperienza mi ha insegnato che la sofferenza condivisa è sempre attenuata. Non si è più soli nel patire e nulla è più doloroso della solitudine soprattutto in certe ore.
Non sarebbe addolcita la sofferenza se la presenza del volontario non fosse un dono gratuito: se non attingesse in Cristo la speranza, se non credesse nella dignità e nella grandezza dell'uomo, di qualsiasi uomo; se non cercasse di comunicargli la pace e la fiducia con la parola ma più ancora con l'opera silenziosa, capace di sacrificio e di dono gratuito. Innanzitutto il dono di sé.
Questo è il volontario. Ed è tale solo se è convinto che questo suo servizio è una missione, è una risposta a una chiamata dall'Alto, è una condivisione di speranza, un atteggiamento di umile disponibilità ai fratelli in stato di sofferenza. In altre parole: un dono gratuito d'amore.

ESSERE VOLONTARIO?
ESSERE CIOÈ RESPONSABILE DELLA SPERANZA NEL MONDO!

Un giorno - così dice la Sacra Scrittura (Gen. 4, 9) - Caino così rispose a Dio: "Sono forse il guardiano di mio fratello?" E Caino aveva ucciso il fratello Abele!
Ma un volontario come potrebbe illudersi di non essere responsabile dei suoi fratelli che soffrono? Di quelli che gli sono affidati per un'assistenza? Di quelli che va a visitare e a confortare?
Volontario: responsabile della speranza nel mondo piccolo che frequenta, ma anche responsabile della speranza nel mondo grande in cui egli è uomo. Oggi. Nel mondo d'oggi. Coi fratelli di oggi. Coi sofferenti di oggi. Nel suo ambiente. Alla sua età. Con le sue capacità. Se non saprà costruire un... grattacielo, potrà sempre portare la sua pietruzza alla costruzione del mondo, all'elevazione dei fratelli, al conforto di un sofferente. Una pietruzza anche piccolissima, anche un granello di sabbia: ma uno oggi, uno domani, uno dopodomani... e il mondo si eleva, si costruisce, si arricchisce di speranza. Proprio come un abete fatto di tanti minuscoli aghi!
È difficile: ma il volontario è capace di un ideale. Costa sacrificio, ma il volontario non teme ciò che costa, se no non avrebbe risposto alla chiamata di Dio al volontariato, al servizio di chi soffre! Il volontario sa che è una cosa grande essere scelto fra tanti a fare del bene!
Un medico morto recentemente scrisse parole come queste, semplici e profonde:
"Che io possa far del bene è la speranza
che mi conforta in ogni prova acerba.
Impara anche dall'erba
che si calpesta, eppure ha la costanza
di infiorarti la via.
Sia così di te, anima mia!".
Avere la costanza di infiorare la via altro non è che offrire come dono la speranza. Altro non è che portare la propria pietruzza alla costruzione di un mondo migliore. E il volontario sa che solo così realizza il proprio ideale, solo così trasforma non solo le poche ore donate al servizio di volontariato, ma la vita intera divenuta dono di speranza e d'amore.

ESSERE VOLONTARIO?
DONO DI SPERANZA CHE SCATURISCE DA CRISTO

C'è Uno, il Figlio di Dio, che, facendosi uomo, ha voluto abbracciare tutti i limiti e tutte le povertà di noi uomini.
Ma perché? Perché? E come può un volontario accogliere con amore questa sua vocazione particolare (poiché si tratta appunto di vocazione, ossia di chiamata a una "missione") se non ne attinge in Cristo la capacità? È capacità di avvicinare ogni uomo che soffre, con disponibilità al sacrificio, con amore aperto alla stima per ognuno, fosse pure il più povero, il più decaduto, il "meno-uomo" perché la malattia, il decadimento psichico, l'abiezione, l'abbandono gli hanno fatto perdere a quanti lo avvicinano il senso della sua dignità.
L'autore della Lettera agli Ebrei si rivolge forse a ogni... volontario quando ricorda che Gesù Cristo, uomo fra gli uomini, ha voluto compatire le loro debolezze e soccorrerli nelle prove. Lui, l'uomo per eccellenza, nel Vangelo di Matteo invita a sé ogni uomo oppresso e affaticato e gli promette ristoro e sollievo. Non si rivolge solo a chi è santo, ma a ognuno che soffre.
Solo se il volontario fa suo l'atteggiamento di Gesù è davvero un volontario cristiano che sa servire con dono gratuito ogni uomo, e accanto al sollievo nelle sue sofferenze cerca di offrirgli il dono più grande che è la speranza cristiana.
Dono gratuito d'amore, quello del volontario, come è stato il dono di Cristo che ci ha amati per primo, che ci ha amati prima che noi l'amassimo e che ci ama anche quando noi non l'amiamo. Questo suo amore, divenuto disponibilità e dedizione, è divenuto modello all'amore nostro. Non temiamo di approfondire, accanto alle norme giuridiche che regolano il volontariato cristiano, questa norma misteriosa d'amore gratuito che deve guidare il nostro volontariato: Gesù Cristo.
"Egli è la via che ci conduce a ogni uomo" ha scritto il Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica "Redemptor hominis". Egli, il Cristo, ci aiuterà a non giudicare nessun uomo, ad aprirci a ognuno: perché forse gli uomini spesso ci appaiono meno degni del nostro amore quando esso non è un amore profondo e gratuito.
Dio e i bisogni degli uomini ci incalzano a rispondere alla chiamata al volontariato, ma reclamano che sia un dono d'amore e di speranza.

ESSERE VOLONTARIO?
LA RADICE È IL NOSTRO BATTESIMO

La speranza che un volontario è chiamato a donare, nel corso del suo servizio, è come un fiore il cui stelo si radica nella solida radice del suo battesimo.
Non basta credere. Vivere bisogna: vivere il battesimo, attingere in esso la forza di essere cristiani quotidianamente per rinnovare quotidianamente la nostra disponibilità al servizio vissuto come dono d'amore.
Dal volontario cristiano chi soffre non si attende la predica, forse neppure l'esortazione, ma sempre un servizio gratuito e competente che scaturisca dal profondo. Chi soffre chiede coerenza a quei principi che l'AVULSS ha fatto suoi accogliendo e inviando dei fratelli ai fratelli: e non esisterebbe fraternità se non fosse radicata in Cristo e se il battesimo restasse un ricordo lontano ormai senza significato.
Comprensione, com-patimento (ossia patire insieme) sono doni, ma non bastano a far scaturire quello di cui chi soffre ha più fame: ossia la speranza. E la speranza è Cristo.
La speranza dev'essere vita del volontario, qualcosa di intimo che lo sorregge anche nelle proprie ore difficili, che l'aiuta ad essere profondamente cristiano anche quando nella propria vita personale molte cose paiono traballare e perfino crollare. Il volontario potrà fare comunione con gli uomini a cui offre il proprio dono di servizio, solo se tende alla comunione con Dio da cui gli viene la forza per essere fedele, coerente, autentico, radicato nel proprio battesimo magari riscoperto proprio in forza del volontariato diventato realtà che si rinnova quotidianamente e quotidianamente si fa servizio e dono.
Non è mai troppo tardi. Essere cristiano non è mai una conquista di un istante, ma è un cammino tanto più lungo quanto più è profondo, disposto a ripartire ogni giorno dall'a-b-c. Il dono gratuito del volontario cristiano si farà più luminoso quanto più Cristo lo illuminerà. La sua luce sarà anch'essa un dono che non ha bisogno di molte parole ma di disponibilità del servizio, di attenzione, ascolto, comprensione, senso fraterno. E questo è amore.

ESSERE VOLONTARIO?
UN UOMO CHE SPERA NELL'UOMO!

Ma chi è l'uomo?
Un salmo (il n° 8) pone a Dio questa domanda:
"Che cos'è l'uomo perché te ne ricordi,
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?
Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli,
l'hai coronato di gloria e d'onore,
gli hai dato potere sull'opera delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi ".
L'uomo, dunque: un mistero di grandezza agli occhi di Dio. "Tutto ciò che esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo come a suo centro e suo vertice" troviamo in un documento del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes). È vero.
È vero. Ma quanto spesso l'uomo è anche un mistero di povertà, di piccolezza, di fragilità! Se ne avvede chiunque è chiamato ad avvicinare l'uomo in stato di malattia, di vecchiaia, di sofferenza. Non è sempre facile vederlo fatto "a immagine e somiglianza di Dio"! (Gen. 1,26). Spesso ci appare abbrutito. Più spesso, infelice, esasperato, amaro. Talvolta, un rudere.
Ed è questo il momento in cui il volontario fa entrare in gioco la sua speranza nell'uomo: nell'uomo che, in qualunque stato, resta capace di credere, sperare, donarsi, sacrificarsi per amore, realizzare grandi cose... e, anche se è un povero infelice inchiodato in un letto, resta oggetto d'amore infinito da parte di Dio, il quale non ha esitato a donargli nel Figlio Gesù Cristo un fratello e un salvatore.
Il volontario non può che stimare l'uomo, chiunque esso sia, qualunque ne sia la miseria e il bisogno, la malattia o il decadimento degli ami, la stanchezza. L'esasperazione. Il volontario non guarda a nessuno come a uno sconosciuto, a uno indegno di stima e di fiducia.
Per questo il volontario si avvicina con maggiore disponibilità a chi è meno amato, meno stimato, più infelice, più abbandonato, più sofferente: il dono gratuito della sua assistenza e del suo servizio è soprattutto per chi ha più bisogno, perché nasca il sole dove maggiori sono le tenebre.

ESSERE VOLONTARIO?
AIUTARE A USCIRE DAL PROPRIO GUSCIO!

Come è facile chiudersi in un piccolo guscio! Ognuno che sia capace di riflessione sa che è questa una realtà quotidiana (anche del volontario, forse?!). Una cosa va storta? Uno sgarbo che ferisce? Un'incomprensione inattesa? Una contraddizione? Una frustrazione? La certezza di non riuscire, di non farcela?... e ci si chiude nel proprio guscio. Si è di malumore. Si soffre. Non si ha più niente da dire agli altri, non importa più nulla degli altri perché il proprio patimento pare più amaro, più grave, più opprimente.
È pane di tutti i giorni. Ed è realtà di tutti. Ma può un volontario, concedersi il "lusso" di rintanarsi nel proprio piccolo guscio? Di portare il proprio malcontento nel mondo che frequenta? Di ricordarsi dei propri guai personali anche quando l'amore lo chiama - proprio perché è volontario - a un dono gratuito di speranza?
O piuttosto il volontario sa per esperienza propria che ogni volta che si dimentica di sé è per far proprio il patimento altrui e confortarlo così da offrire a chi soffre un suo dono di serenità, di pace e di speranza, ogni volta risorge in lui un filo di luce e di fiducia?
Forse, invece di rintanarsi nel proprio guscio, il volontario fa sue le parole della simpatica Santa Caterina:
"Invece di rattristarti
perché le rose hanno le spine,
rallegrati
che sulle spine fioriscano le rose!".
Uscire dal proprio mondo piccolo ed entrare nel mondo grande della sofferenza altrui, nello sforzo di liberare o almeno rasserenare il fratello malato, infermo, anziano, handicappato o comunque sofferente, aprendo anche a lui orizzonti nuovi, schiudendolo a un mondo più vasto, aiutando a essere attento anche lui a chi soffre come o più di lui, mostrandogli che nel mondo esistono anche per lui mille altri interessi: non è forse questo un dono di amore e di speranza?
Questo dono il volontario potrà fare a chi egli assiste: con tatto, con discrezione, a volte con audacia gli aprirà il mondo immenso degli uomini, il mondo dei valori dello spirito...
Il volontario non si limiti dunque al suo guscio piccolo, lui che si sa chiamato a un ideale grande!

Germana

Per informazioni:
e-mail: aigermana@gmail.com